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Do you remember Alessandro Leogrande?

Perchè rileggere Il naufragio di Alessandro Leogrande

di Fausto Maria Greco

 ©Patrizia Posillipo, Game

Alla sua morte, il 26 novembre scorso, lo scrittore e giornalista e animatore culturale di origine tarantina Alessandro Leogrande è stato ricordato da tutti gli organi di stampa, televisivi ed in Rete. Avremmo sentito la mancanza – dicevano – della penna di Leogrande, capace di produrre, in soli quarant’anni di vita, inchieste decisive sul caporalato nel sud Italia (il pluripremiato Uomini e caporali, 2008), sulla criminalità organizzata (Le male vite, 2003; Nel paese dei viceré, 2006), sui flussi migratori tra passato e presente (La frontiera, 2015), oltre ad aver curato interessanti antologie di narrativa e collaborato con numerosi giornali e riviste nazionali.

Eppure, nel corso di queste ultime settimane caratterizzate da una martellante propaganda politica condotta sulla pelle di oltre seicento migranti messi in salvo dalla nave Aquarius e di molti altri dispersi a est di Tripoli tra giugno e luglio, pochi sono stati i riferimenti, a nostro avviso emblematici, alla vicenda di cui Leogrande si è occupato in uno dei suoi libri più importanti, Il naufragio (2011). La tragedia della Katër i Radës (letteralmente “Battello in rada”), affondata la sera del 28 marzo 1997 nel Canale d’Otranto, contiene invece una lezione da non dimenticare. L’autore definisce tragico, perché assolutamente evitabile, il naufragio della motovedetta albanese, partita stracarica di migranti dal porto di Valona alle tre del pomeriggio. Le cause della morte di 57 persone, più 34 superstiti e 24 dispersi, sono state umane, non naturali.

Il racconto di Leogrande, frutto di una lunga ricerca condotta tra Italia e Albania, partiva dalla crisi politica apertasi nel paese balcanico nella primavera del ’97, in seguito al crollo delle società finanziarie a cui tantissimi albanesi avevano affidato i loro risparmi e dopo la rivolta del sud del paese, con lo scoppio di una guerra civile. Quando il presidente della Repubblica Sali Berisha decise di imporre il coprifuoco e di chiudere militarmente la partita con il sud, gli scontri a fuoco diventarono pressoché quotidiani e molti albanesi, impossibilitati a partire dall’aeroporto di Tirana e dai porti di Durazzo, Saranda e Valona (tutti chiusi dalle autorità), provarono a imbarcarsi clandestinamente verso l’Italia, salendo a bordo di qualsiasi natante. Sulla Katër i Radës, piccola motovedetta adatta a contenere non più di nove o dieci persone, trovarono posto circa centoventi tra uomini, donne e bambini. I clan di Valona, che organizzavano questi trasporti, avevano chiesto loro dalle cinquecentomila a un milione di lire a testa.

Nel racconto di Leogrande, tra i passeggeri c’è Bardhosh, imbarcatosi con tutta la sua famiglia, alla quale sopravvivrà dopo il naufragio. C’è Fatmir, che nella tragedia perderà la madre, la sorella, il figlio della sorella e il cognato. C’è Ermal, che ha imparato l’italiano seguendo i programmi televisivi del nostro paese e che al momento dell’affondamento si trova nella stiva, insieme alle donne e ai bambini. Sua madre gli dice di salire sopra e lui obbedisce: non la rivedrà più perché, pochi secondi dopo, si ritroverà in acqua e raggiungerà con difficoltà, a nuoto, la nave militare italiana che si è scontrata con la motovedetta albanese.  

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