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La Galite. Un’America nel Mediterraneo

testo e foto di Francesca Bellino

La storia della migrazione italiana in Tunisia è lunga e variegata e include anche una sorprendente pagina di storia di mare: la scoperta e lo stanziamento di una piccola comunità di pescatori ponzesi nel 1872 sull’isola tunisina nota come La Galite. Questo piccolo lembo di terra roccioso circondato da alte falesie situato nel cuore del Mediterraneo, a 64 km a nord dalla città di Tabarqa, è la principale isola dell’omonimo arcipelago che i tunisini chiamano Yalta e che, prima di essere popolata dagli italiani, è stata per lo più disabitata e approdo di fortuna per corsari, pirati e navi mercantili.

Il primo protagonista di questa storia arcaica impregnata di coraggio e avventura è Antonio d’Arco, un giovane pescatore che nel 1843, in seguito a un naufragio causato da un’improvvisa tempesta, si ritrova stremato sulla costa di un’isola sconosciuta e deserta dove riesce a sopravvivere per vari anni grazie alla presenza di sorgenti d’acqua dolce e una vegetazione florida. Si racconta che sia stata una barca da pesca siciliana a portarlo in salvo e che una volta rientrato a Ponza, D’Arco riuscì a rifarsi una vita grazie a delle monete d’oro che aveva trovato in una grotta della Galite, probabilmente lasciate dai pirati. Sembra però che il giovane uomo non riuscisse a dimenticare la bella isola mediterranea dov’era approdato per caso e decise di tornarci con la famiglia in seguito all’accusa di omicidio dopo un litigio finito male. D’Arco partì nel 1872 con la moglie, i cinque figli, alcuni mobili, sette fucili, un po’ di sementi e qualche capra e la sua scelta fu seguita da altri ponzesi attratti dai fondali pescosi del mare che circondava la Galite.

Nel 1903 sull’isola abitavano 103 persone e nel 1936 ben 250, un’operosa comunità che serviva anche da assistenza ai pescatori stagionali che da Ponza partivano regolarmente per la pesca delle aragoste. Qui i ponzesi trovarono un’America nel Mediterraneo. Un mare ricco e la libertà di autogestirsi su una terra in cui nel 1881 i francesi istaurarono il Protettorato, siglato con il trattato del Bardo, momento storico noto come “lo schiaffo di Tunisi” per l’umiliazione subita dall’Italia che perse l’occasione di colonizzare, tanto che un economista francese coniò all’epoca una definizione passata alla storia: “La Tunisia è una colonia italiana amministrata da funzionari francesi”.

La collettività italiana in Tunisia è sempre stata più numerosa di quella francese (tanto che negli Anni ’40 i francesi imposero la propria cittadinanza agli italiani nati sul suolo tunisino). Si parla di oltre 120mila presenze di italiani in Tunisia a cavallo del 1930, ma dati non ufficiali indicano una cifra più alta, 190mila persone, che fece diffondere un’altra espressione rimasta nei libri di storia: “La Tunisia è un pezzo di Italia gettata nel deserto”.

Nei confronti dei ponzesi il governo francese mantenne “un atteggiamento tollerante”. Lasciò loro la libertà di darsi delle regole proprie come se fossero “una repubblica a parte”, se pur vigilati da militari, mentre usò l’isola solo come luogo di detenzione. Dal 1952 al 1954 vi esiliò il leader Habib Burghiba, futuro presidente della Tunisia, all’epoca capo del movimento indipendentista tunisino. Qui Burghiba, confinato in un fortino abbandonato, visse 743 giorni prima di tornare a Tunisi e condurre i tunisini all’Indipendenza dai francesi nel 1956 e fondare la Tunisia moderna.

La maggior parte della comunità ponzese ha lasciato la Galite proprio fino all’indomani dell’Indipendenza. Negli anni ’60 alcuni sono tornati a Ponza, mentre molti altri, avendo la nazionalità francese, hanno scelto di trasferirsi in Costa Azzurra. Oggi nella cittadina Lavandou vivono ancora alcuni discendenti dei ponzo-galitani, anche se sono ormai poche le testimonianze di questa storia che parla di fame e abbondanza, di libertà e isolamento, di viaggio e di stanziamento.

Tra gli abitanti stagionali la più nota è Concetta Conte, donna autorevole considerata guaritrice e sacerdotessa della comunità perché spettava a lei officiare le funzioni religiose, da celebrare la messa a organizzare la processione in mare per San Silverio, Santo patrono di Ponza che viene celebrato il 20 giugno. “Mia nonna era una donna forte, caparbia, mamma di otto figli tra cui una figlia nata a Bizerte” mi racconta la nipote, Assunta Scarpati, tra le voci dell’audio-documentario “Rotta per la Galite, l’altra Ponza” andato in onda su RaiRadio3 per TreSoldi a marzo 2020. “Mia nonna gestiva la Chiesa – aggiunge Scarpati – e faceva anche le ‘orazioni’ se moriva un bambino o qualcuno in modo violento. Era una sorta di capopopolo. Conosceva i rimedi con le alghe marine. Aveva un gran cuore, aiutava chiunque ne avesse bisogno. Faceva anche da paciere se c’era un litigio in una famiglia. E la cosa bella è che era una donna! In una comunità piccola e intelligente la saggezza popolare veniva rispettata e si ascoltava una donna”.

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