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Il mare in-cantato

di Gianni Cudazzo

Patrizia Posillipo, Boats

« Mare, mare, mare »…  ma che voglia di cantare!

Il mare ha sempre ispirato cantanti e musicisti. Tante le canzoni italiane, di tutti i generi e con tante angolazioni diverse, direttamente dedicate alla sua immensità, al colore, sapore, rumore, freschezza, carattere, paesaggi, stagioni… oppure brani che parlano del mare in modo simbolico, evocativo, per illustrare altro.

Storicamente già i Latini consideravano il Mediterraneo come Mare Nostrum che, al di là dell’importanza commerciale e politica, è stato ed è ancora uno spazio comunitario e identitario condividente lingua e cultura, quindi canzoni. L’Italia poi è una penisola con chilometri di coste, spiagge, scogliere e isole e gli Italiani sono anche un popolo di navigatori e pescatori. Il mare è insomma un luogo fortemente condiviso, simbolico, oggetto di mille metafore che fa sognare e cantare. È quindi ovvio che l’immaginario dei nostri autori musicali ne sia fortemente influenzato e ispirato. Si può quasi ritracciare un quadro storico della canzone italiana solo attraverso il tema del mare e penso che ogni italiano possa riconoscersi almeno in una delle tante canzoni ispirate da «questo grande fratello blu».

Azzardiamo una playlist ragionata:

Lu rusciu te lu mare (lo sciabordio del mare) è un antico canto popolare dialettale salentino, scritto a Gallipoli molti secoli fa. Una canzone portata a nuova vita nel 1978 a Firenze da Luigi Cardigliano, originario di Ugento; interpretata da innumerevoli artisti, con diverse varianti nel testo e ormai parte integrante del repertorio canoro legato alla tradizionale Pizzica salentina, immancabilmente suonata ad ogni edizione della mitica Notte della Taranta. Qui, il romantico e ipnotico rumore cadenzato delle onde (lo sciabordìo appunto), evocato già dalla prima strofa, fa da sfondo ritmico e sonoro a tutto il brano che celebra la storia di un amore impossibile tra una nobildonna e un soldato, dando voce all’elemento marino.

‘Na sira ieu passai te le padule,

e ‘ntisi le ranocchiule cantare,

comu cantanu beddhe a una a una

ca me pariane lu rusciu te lu mare…

 

(Una sera passai dalle paludi

e sentii gracidare le rane

come cantavano bene una a una

che mi sembrava lo sciabordìo del mare…)

 

L’acqua di mare, anche dopo essersi asciugati, ha poi la caratteristica di lasciare comunque la sua traccia salata sulla pelle e sulle labbra. Il sapore di sale trasmesso da un bacio estivo può restare iscritto nei ricordi una vita intera, soprattutto se trasformato in canzone:

 

Sapore di sale

sapore di mare

che hai sulla pelle

che hai sulle labbra

quando esci dall’acqua

e ti vieni a sdraiare

vicino a me

vicino a me…

Sapore di sale, scritta e cantata da Gino Paoli nel 1963 è un brano tutto estivo, sin dalle prime note, legato appunto alla più bella stagione, impregnato d’amore e del ricordo di esso! Nasce a Capo d’Orlando (Sicilia), in una casa abbandonata nei pressi di una spiaggia deserta, luogo dove l’autore ha soggiornato in quel periodo in occasione di un concerto. In molti sostengono che questa canzone sia stata ispirata da Stefania Sandrelli, compagna di G. Paoli in quegli anni. Comunque sia, l’intensità poetica e l’immediatezza del testo lascia trasparire un innamoramento realmente vissuto e marcato dal profumo e sapore di salsedine. Non so voi, ma personalmente ne ho la pelle d’oca ogni volta che l’ascolto!

Il profumo di salsedine riaffiora come indimenticabile ricordo anche per Edoardo Vianello, nella sua Abbronzatissima, immenso successo degli anni ’60 che, nel pieno del boom economico e dei club di riviera, proclamava già la tintarella come codice di seduzione e simbolo di un’estate al mare felice e romantica. Riuscitissima nel cantato l’accentuata scansione ritmico-sillabica della “A” del titolo che ha contribuito nettamente al successo della canzone.

A A Abbronzatissima

sotto i raggi del sole

a due passi dal mare

abbracciato con te

Sulle labbra tue dolcissime

un profumo di salsedine

sentirò per tutto il tempo

di questa estate d’amor

Quando il viso tuo nerissimo

tornerà di nuovo pallido

questi giorni in riva al mar

non potrò dimenticar…

L’abbronzatura non sembra essere invece uno standing per Gabriella Ferri che esorta il popolo vacanziero, nei primissimi anni ’70, a godere del mare e della felicità di vivere, mostrando fieri le chiappe bianche (non abbronzate) liberi dai pregiudizi legati al buon costume dei decenni precedenti. È la canzone-inno dei “romanacci” ma anche dei “burini” che arrivavano al mare in treno attrezzati di canotti già gonfiati prima di partire, ombrelloni, fiasco di vino e l’immancabile pastiera di maccheroni.

Tutti ar mare,

tutti ar mare

a mostra’ le chiappe chiare,

co’ li pesci,

in mezzo all’onne,

noi s’annamo a diverti’

Più in stile jazz è l’Italia popolare e minuta di un tempo, immortalata (come una foto) con struggente malinconia e disincanto da Paolo Conte in Una giornata al mare. Scritta in collaborazione con il fratello Giorgio nel 1971 per il gruppo Equipe 84, sarà integrata nel suo primo LP omonimo tre anni dopo. Il pezzo, ritmato da chitarra e fisarmonica (non ancora al pianoforte), è stato ripreso recentemente da Daniele Silvestri, nel 2008.

…Guardo una cameriera

non parla è straniera

dico due balle ad un tizio

seduto su un’auto più in là

un’auto che sa di vernice

di donne, di velocità

più in là sento tuffi nel mare

nel sole o nel tempo chissà

bambini gridare

palloni danzare…

L’accezione più frequente nella musica pop è quella che vede nel mare il simbolo stesso dell’estate, con il suo corollario di sole, divertimenti, amori e… trasgressioni:

Per le strade mercenarie del sesso

che procurano fantastiche illusioni,

senti la mia pelle com’è vellutata,

ti farà cadere in tentazioni…

Sono quelle di Un’estate al mare, cantata dall’indimenticabile e portentosa voce di Giuni Russo (scomparsa nel 2004); cantante di una notevole estensione vocale, capace di spaziare da toni bassi a note acutissime, fino all’imitazione, a fine melodia, del verso dei gabbiani! Il brano (scritto nel 1982 da Franco Battiato), è il suo più grande successo discografico. Entrò in classifica nell’agosto 1982 per restarci fino a fine novembre dello stesso anno, salendo di giorno in giorno fino ai vertici della Top Ten. Ma dietro la formula apparentemente superficiale di musica leggera in stile anni Sessanta, il testo parla di una prostituta che sogna di una vacanza al mare, un break dalle difficoltà della sua vita (…nelle sere quando c’era freddo si bruciavano le gomme di automobili..). Resta comunque la canzone « vacanziera » per eccellenza ancora oggi, anche se probabilmente non tutti ne colgono l’aspetto più « profondo”, cantando a squarciagola il geniale ritornello sbarazzino ad effetto eco degli ombrelloni-oni-oni :

…Quest’estate ce ne andremo al mare

con la voglia pazza di remare

fare un po’ di bagni al largo

per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni

un’estate al mare

stile balneare

toglimi il bikini…

Sulla linea d’onda del mare come luogo per lasciarsi andare, c’è Voglio andare al mare di Vasco Rossi, scritta mentre Massimo Riva (suo chitarrista dell’epoca) improvvisava un giro di chitarra in un afoso pomeriggio d’estate a Bologna, seguendo la musicalità del reggae che tanto andava di moda in quel periodo. Il rock di Vasco si colora qui di sonorità giamaicane. È l’unico 45 giri estratto dal celebre album Siamo solo noi (1981), un opus provocatorio, che suona di libertà e ribellione, un vero inno generazionale della gioventù “spericolata” degli anni ‘80. Il brano spicca per la ritmica reggae e il testo libertino:

Voglio andare al mare

perché mi han detto che là

sì che ci si diverte (non come qua).

Mi voglio sfogare

quest’estate voglio fare indigestione

di donne e di sole

di donne da sole…

C’è poi chi va al mare con nobili intenzioni da innamorato, ma torna con le pive nel sacco! Lo racconta Luca Carboni in Mare mare che lo vedrà vincitore assoluto del Festivalbar 1992. Un tormentone di quell’estate, gettonatissimo in tutti i jukebox delle stazioni balneari!

… Mare, mare, mare

cosa son venuto a fare se non ci sei tu

no, non voglio restarci più no, no, no,

mare, mare, mare

cosa son venuto a fare se non ci sei tu

no, non voglio restarci più no, no, no…

Ma il mare non c’è solo d’estate. Il mare è lì tutto l’anno, ha invece altre sfumature, colori, rumori e ispira altre suggestioni, pensieri e canzoni. Il mare d’inverno è una delle più intense prove interpretative dalla fantastica Loredana Bertè e tra i suoi più celebri brani. Scritto interamente da Enrico Ruggeri nel 1983 (testo e musica) lo interpreterà lui stesso nel suo album Presente, l’anno successivo.

Nonostante Ruggeri sia milanese, l’ispirazione del pezzo viene dalla città di Marotta in provincia di Pesaro-Urbino, nelle Marche. Sono ricordi di vacanze trascorse lì con la madre e le zie da adolescente, un luogo dove l’autore è tornato spesso anche in seguito. Il testo è una melodica poesia sulla solitudine. Le immagini allegre dell’estate si tingono di malinconia invernale,alberghi chiusi, manifesti già sbiaditi di pubblicità;come un film in bianco e nero, svelando sentimenti profondi. Il mare qui si gonfia di solitudine: …è qualcosa che nessuno mai desidera. L’estate però ritorna sempre, con i bagnanti che affollano le spiagge, gli ombrelloni aperti e le discoteche illuminate piene di bugie. E, la solitudine (che ci portiamo dentro), può arrivare all’improvviso, come il vento che agita il mare e se stessi:

Il mare d’inverno

è un concetto che il pensiero non considera.

è poco moderno,

è qualcosa che nessuno mai desidera […]

Mare mare

qui non viene mai nessuno

a trascinarmi via

Mare mare

qui non viene mai nessuno

a farci compagnia

Mare mare

non ti posso guardare così

perché

questo vento

agita anche me…

Nel poetico gioco di contrasti, il mare non è più il luogo affollato, ma un orizzonte solitario col quale misurarsi. È ciò che canta Franco Battiato nel 1981 in Summer on a solitary beach, primo brano del lato A dell’album La voce del padrone. Considerata una delle pubblicazioni più importanti della musica italiana è anche il primo long playing a superare il traguardo del milione di copie vendute nel paese, restando al primo posto in classifica per diciotto settimane (non consecutive), fra il maggio e l’ottobre del 1982. Un album pop sperimentale ma facilmente fruibile al pubblico e soprattutto ballabile. Particolare in Summer on a solitary beach (come in tutto l’LP) la presenza di numerosi strumenti molto differenti fra loro (vibrafono, organo Hammond, sezioni di archi, sintetizzatore e sequencer), utilizzati qui in modo « orchestrale »:

Passammo l’estate

su una spiaggia solitaria

e ci arrivava l’eco di un cinema all’aperto

e sulla sabbia un caldo tropicale

dal mare.

E nel pomeriggio

quando il sole ci nutriva

di tanto in tanto un grido copriva le distanze

e l’aria delle cose diventava

irreale.

Mare mare mare voglio annegare

portami lontano a naufragare

via via via da queste sponde

portami lontano sulle onde…

Per raggiungere una delle maggiori vette poetiche consacrate al mare, bisogna tornare un po’ indietro nel tempo, nel 1977 con Lucio Dalla e il suo Com’è profondo il mare. Un testo ricco e complesso che fa dell’elemento acquatico lo scenario di un’immensa e intensa metafora della storia dell’Uomo, della sua evoluzione, delle conquiste, dei soprusi… si parla di lotta di classe, per esempio:

È inutile non c’è più lavoro, non c’è più decoro, Dio o chi per lui sta cercando di dividerci, di farci del male, di farci annegare… .

La canzone, che inizia con il celebre fischio, risente anche dell’attualità dell’epoca, quella de terrorismo (pochi mesi dopo Aldo Moro sarebbe stato rapito e poi ucciso) e tutte le strofe ricostruiscono metaforicamente una sorta di percorso storico. Tra gli episodi più evidenti: la rivoluzione russa del 1917 (IV strofa), la seconda guerra mondiale (nella V), i campi di concentramento (VI), lo sgancio della bomba atomica (VII).

Scritto alle Isole Tremiti, il lungo testo comprende anche citazioni autobiografiche. Invocando suo padre, Lucio canta: Babbo che eri un gran cacciatore di quaglie e di fagiani, caccia via queste mosche che non mi fanno dormire, che mi fanno arrabbiare…; mentre nel dramma collettivo di questo mondo, sceglie i pesci come simbolo della libertà, quali entità pensanti, ma:

…È chiaro che il pensiero dà fastidio

anche se chi pensa è muto come un pesce

anzi un pesce

e come pesce è difficile da bloccare

perché lo protegge il mare

com’è profondo il mare

Certo, chi comanda

non è disposto a fare distinzioni poetiche

il pensiero come l’oceano

non lo puoi bloccare

non lo puoi recintare

così stanno bruciando il mare

così stanno uccidendo il mare

così stanno umiliando il mare

così stanno piegando il mare

A distanza di 43 anni dalla registrazione di questa canzone, il mare, lo stiamo uccidendo veramente!

Un brano che trasfigura l’idea del mare fino a trasformarlo in un modo di essere, un orizzonte di libertà (che può anche spaventare), è Gente di mare cantata all’Eurovisione 87 da Umberto Tozzi e Raf, accompagnata da enfatici cori (un po’ kitsch, bisogna dirlo) ma arrivata in finale e classificatasi al 3° posto:

 …E quando ci fermiamo sulla riva

lo sguardo all’orizzonte se ne va

portandoci i pensieri alla deriva

per quell’idea di troppa libertà.

Gente di mare

che se ne va

dove gli pare

dove non sa.

Gente corsara che non c’è più

gente lontana che porta nel cuore

questo grande fratello blu

Gente di mare sono anche i pescatori, che loro, hanno il mare nel sangue, come mestiere. Mare come sostentamento, mare come rischio; sapendo che può dimostrarsi all’improvviso implacabile pur conoscendolo bene. La canzone Pescatore del 1980 è interpretata in duetto da Pierangelo Bertoli e Fiorella Mannoia e parla proprio di questo mare, che può far anche bestemmiare!

La voce maschile narra del pescatore colto da una tempesta in mezzo al mare, tanto forte da non sapere se sopravvivrà. Quella femminile (personaggio della moglie del pescatore), vive un doppio tormento: la preoccupazione per la sorte incerta del marito e l’impulso d’amore verso un altro uomo che si manifesta, più insistentemente, proprio durante l’assenza del congiunto in balìa del nubifragio (le storie d’amore, non sono mai lontane dal mare!):

…Pesca forza tira pescatore

pesca e non ti fermare

poco pesce nella rete

lunghi giorni in mezzo al mare

mare che non ti ha mai dato tanto

mare che fa bestemmiare

quando la sua furia diventa grande

e la sua onda è un gigante

la sua onda è un gigante…

Il Mare può trasformarsi anche in frontiera, barriera, sfida e speranza, è il caso di quello cantato da Alessandro Coppola e i suoi Nidi d’Arac in Lu mare varcandu nell’epico album It/aliens (2016). Un pezzo profondamente militante che affronta con tenera poesia il dramma dei migranti (ricordando che anche noi italiani lo siamo stati), dorato dalla tradizionale prosa in dialetto salentino:

…e vaga dispersa sta barca allu sbandu

nu sole cocente su na mezza luna

sfidandu li jundi, lu mare varcandu

va’ cerca luntanu n’ignota fortuna…

 

(… e vaga dispersa questa barca allo sbando

un sole cocente su una mezza luna

sfidando le onde, attraversando il mare

va a cercare lontano un’ignota fortuna…)

Ma c’è anche un’onda che unisce, che  mescola i sogni, mescola i venti, mescola lingue, deserti e strumenti, che danza e spumeggia le “creste” del Mediterraneo. È il canto di speranza di due altri gruppi salentini, Crifiu e Sud Sound System, riuniti in questo brano solare e meticcio Rock & Raï (2012):

…Dal mare blu ritornerà

abbandonando le guerre verso il mare andrà

al mare blu da noi verrà

porterà la Pace nel Mar Mediterraneo.

il mare tra le terre, Mar Mediterraneo…

io maghrebino, turco, algerino

berbero, libico, greco, iracheno

io tunisino, io marocchino

siriano, andaluso, occitano, sloveno

montenegrino, bosniaco, croato

palestinese, israeliano, egiziano

io libanese, io albanese

io salentino, io italiano

Figlio del mare che è in mezzo alle terre

figlio di terre abbracciate dal mare

le unisce la storia, la tradizione

cultura, memoria, musica e parole.

Rock’n’Raï, life è musique

un mondo nuovo è a due passi da qui

sta danzando sull’onda, danziamo sull’onda

del mare che bagna le terre

del mare tra le terre…

Restando sui flussi tradizionali e i riflussi dialettali, è indispensabile citare Chi tene o’ mare, una sommessa e profonda poesia di Pino Daniele, impreziosita dalla magia del sax di James Senese.

Pubblicata nel suo secondo album omonimo nel ’79, la canzone, esprime con poche parole dipinte su una tela musicale, lo stato di molti popoli del sud (in particolare quello napoletano) che possiedono una delle rare ricchezze della quale non potranno mai essere privati (il mare appunto); contrariamente a ciò che avviene con i beni materiali. Ma l’orgoglio per questo tesoro naturale è un vanto talvolta fine a sé stesso, per chi non ha altro. Può anche essere addirittura una croce: chi ha la fortuna di essere nato nei luoghi bagnati dal mare, eredita una sorta di “peccato originale” da espiare per tutta la vita.

In definitiva, il mare è solo una ricchezza illusoria, di cui solo gli occhi e il cuore ne traggono benefici perché, chi ha solo la vicinanza al mare come patrimonio, sa di non avere niente:

Chi tene ‘o mare

s’accorge ‘e tutto chello che

succede

po’ sta luntano

e te fa’ senti comme coce

Chi tene ‘o mare ‘o ssaje

porta ‘na croce.

Chi tene ‘o mare

cammina ca vocca salata

Chi tene ‘o mare

‘o sape ca? fesso e cuntento

Chi tene ‘o mare ‘o ssaje

nun tene niente

 

(Chi ha il mare

si accorge di tutto quello che succede

poi sta lontano

e ti fa sentire

come brucia

Chi ha il mare lo sai

porta una croce

Chi ha il mare

cammina con la bocca salata

Chi ha il mare

lo sa che è fesso e contento

Chi ha il mare lo sai

non ha niente…)

Forse il mare non è abbastanza quando ci si mantiene è a galla nella miseria, certo.

Ma ogni volta che lo vediamo, che ce ne impregniamo, scatta sempre qualcosa di forte, che sprona a guardare lontano o dentro di noi; come nel ritornello gridato nella canzone di Fiorella Mannoia  Ogni volta che vedo il mare, all’apice del suo successo nel 1984:

… Ma ogni volta che vedo il mare

sono abbagliata mi devo fermare

non capisco mi metto a pensare

a chi di notte non riesco a vedere

Ma ogni volta che vedo il mare

è difficile bluffare

con questo straccio d’anima dentro

è molto strano che io sia contenta adesso

Ogni volta che vedo il mare

Ogni volta che vedo il mare…

Allora, alla fine, che meraviglia Tutto questo mare (Mario Venuti, 2017):

…Il viaggio ti mette alla prova

da solo, con gli altri

non sai con chi parti

ognuno di noi è un’isola

battuta dal vento

Che meraviglia tutto questo mare

e lassù nottambuli pianeti lontani

che meraviglia tutto questo mare

e noi qui a piedi sulla strada del domani…

Playlist YouTube:

Mare in-cantato (Focus in)

*1: © Patrizia Posillipo. Boats

*2: © Freepik

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