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Abitare nel Covidocene

di Pierluigi Molteni

©Nino Migliori, da “Muri”, 1950

“10 anni in 10 settimane” sembra lo slogan di cure salvifiche o di ringiovanenti diete detox, capaci di cambiare i connotati fisici di chi vi si sottopone e di eliminare radicalmente ed in poco tempo le cattive abitudini. Potremmo utilizzare questo stesso slogan anche per descrivere come lo strano ed inaspettato evento pandemico che stiamo vivendo abbia sradicato e divelto usi e costumi che si credevano dati per sempre, trasformando in maniera profonda e per tanti  versi senza ritorno consolidate abitudini, fino a coinvolgere approcci e comportamenti. Il lungo tempo trascorso in cattività all’interno delle mura domestiche e il non potersi allontanare se non entro qualche centinaio di metri dal proprio luogo di residenza hanno profondamente cambiato gli stessi paradigmi di valutazione degli spazi di vita, interni ed esterni. E con i nuovi paradigmi hanno fatto presto i conti dapprima gli abitanti di tali spazi e immediatamente dopo tutto il mondo accademico e professionale che della teoria e della pratica progettuale di questi spazi si fa tradizionalmente carico. Il tema della residenza ha improvvisamente, e con prepotenza, preteso una ribalta da cui mancava da troppi anni. Passata l’esigenza di dare una risposta all’emergenza abitativa delle masse che si trasferivano dalle campagne alle città, per fornire loro una casa  dignitosa secondo i parametri modernisti, il tema abitativo è stato progressivamente ridotto al lessico elementare delle agenzie immobiliari. La casa è stata descritta essenzialmente dalla sua dotazione di vani, come se l’essere mono, bi o trilocale esaurisse il racconto di tutte le sue qualità. Nulla  era concesso alla sua necessità di essere prima di tutto “luogo”. La lunga clausura ci ha portato a passare più tempo all’interno delle nostre quattro mura, facendocele conoscere più di quanto una lunga frequentazione distratta ci avesse mai permesso di fare. Il sole che prima del Covidocene [1] vedevamo, nei casi più fortunati, solo al risveglio, ci ha stupito con inaspettati tracciati disegnati dalla sua luce sui muri domestici al passare delle ore della giornata. Le ore trascorse all’interno ci hanno fatto scoprire luoghi della casa che la nostra giornaliera assenza non aveva mai rilevato come interessanti, riconoscendo quelli più adatti alla lettura, al lavoro, alla meditazione e all’esercizio fisico. Questa nuova consapevolezza ha fatto emergere qualità inaspettate o,  al contrario, difetti insopportabili. Il fatto che la casa si fosse improvvisamente trasformata nel nostro carapace, ce l’ha fatta improvvisamente sentire più nostra. Lo scrittore Andrea Bajani nel suo bellissimo e recentissimo testo Il libro delle case dona una nuova ed inaspettata centralità agli interni domestici, li fa uscire dal cono d’ombra che li ha resi muti ed indifferenti fondali per farli divenire i veri protagonisti, testimoni non neutrali ed immanenti delle vicende umane che ospitano.  

L’intimità dei nostri spazi più privati, rapidamente riadattati a postazione di lavoro o ad aula scolastica, è stata violata dalle telecamere dei nostri pc,  mostrando a tutti l’immagine spesso disadorna e a volte un po’ squallida di ambienti senz’anima e senza cuore, arredati per successive e passive stratificazioni. Rendere pubbliche queste dimesse scenografie domestiche ha portato molti a ragionare non solo sulla funzionalità delle nostre case ma anche sulla loro capacità di rappresentarci. La casa come racconto pubblico di uno status sociale ha avuto un certo rilievo con l’affermarsi tardo ottocentesco di una nuova borghesia. Le mura domestiche erano luogo di socialità, affermazione di appartenenza ad un contesto culturale, esibizione di potere economico e di buon gusto. Con l’esigenza di una casa per tutti il tema dell’autorappresentazione aveva smesso di essere così centrale, limitandosi l’arredo a copiare in maniera acritica e a volte maldestra gli stilemi della tradizione. A parte alcuni casi di rilievo o le fortunatissime stagioni della Milano del dopoguerra, con gli interni di assoluta bellezza di Gio Ponti, di Magistretti, di Caccia Dominioni e di tanti altri progettisti di talento, il decoro domestico non ha costituito sicuramente una priorità generalizzata. Nella maggior parte dei casi, il tocco di design all’interno della casa contemporanea è delegato a qualche pezzo prendi&monta dell’Ikea. Persone capaci di investire cifre notevoli nell’acquisto di automobili o di vestiti, barcollano quando devono affrontare progetti di interior importanti. Mentre un’automobile o un vestito sono “pubblici” per eccellenza, la casa può essere tana privatissima, la cui ostensione dipende strettamente dalla voglia o necessità di condividere uno status. L’obbligo di dimora pandemico ha forse per la prima volta cambiato il punto di vista. L’abitazione, il suo paesaggio interno, è diventata importante in sé, per la capacità di accogliere e far sentire bene prima di tutto i suoi abitanti. Forse per la prima volta si è fatta strada una consapevolezza diversa nel pensare il proprio spazio vitale ed il suo arredo. Non è un caso che la prolungata prigionia abbia spinto tanti occupanti precedentemente inconsapevoli a investire sulle proprie case, per dare nuove funzionalità ma anche nuove qualità, nuovo appeal, nuovo interesse. Molti richiedono ad esempio più spazio, per permettere di accogliere funzioni nuove. Chi può permetterselo pretende spazi dove poter fare attività fisica, dove potersi isolare per lavorare, giocare o studiare. Tutti chiedono più spazi all’aperto. Che sia un piccolo terrazzo o un giardino, il contatto con l’esterno ha mostrato con evidenza la sua imprescindibile necessità. La situazione eccezionale di stress che abbiamo vissuto ha dimostrato la necessità terapeutica del prendersi cura: che sia un giardino, un piccolo orto o poche piante in vaso, la presenza dell’elemento naturale e di spazi outdoor sarà qualcosa a cui non rinunceremo più. 

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[1] Covidocene è un termine coniato sulla base di Antropocene, nuova era geologica, iniziata con la prima rivoluzione industriale, che definisce il periodo in cui l’essere umano ha avuto un impatto decisivo sull’ecosistema terrestre. Nel bene e, soprattutto, nel male. Il Covidocene è quindi inteso come l’era geologica in cui il Coronavirus ha cominciato ad avere un impatto sulla vita economica, sociale e culturale del pianeta.

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