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Farla fuori

di EffeEffe

Mi piace la parola dérogation perché indica uno stato d’eccezione particolare in uno stato d’eccezione generale. In caso di coprifuoco o di confinamento, uno squarcio nel muro della norma secondo cui si deve stare chiusi in casa, un margine di manovra vitale purché si sia in grado di giustificarla. Per quanto tali motivi siano riconducibili a una necessità, quella non inderogabile, di fare la spesa, prendere aria, recare sollievo ad altri, o più mestamente andare e tornare dal proprio posto di lavoro, avere questa possibilità rende questa era Covid – e lo è ancora- un po’ più sostenibile. 

Déplacement dérogatoire, poi, non ne parliamo proprio. La parola mi evoca una sorta di salto nell’ignoto, un teletrasporto verso mondi immaginari e paralleli, pur consapevole del fatto che si limiti all’autorizzazione di recarsi da un punto a un altro saltando a pié pari i paletti orari imposti dal couvre-feu. E in un anno e più di questa strana guerra ne abbiamo viste di tutti i colori, avanti tutta, indietro tutta, senza perdere la speranza non tanto perché ci siano ragioni di sperare di tornare a riveder le stelle, ma per cazzimma, ottimismo tragico ad oltranza. 

E proprio in questo tipo di giornata in cui si è riusciti a portare a casa, anzi fuori, un risultato degno di questo nome, all’uscita del retrobottega della Tour de Babel, dopo una lunga e trasognante chiacchiera sul numero in corso di stampa della rivista, questa rivista, accolto e non trafitto da un raggio di sole, in un orizzonte che comprendeva nell’ordine, l’entrata del metrò St. Paul, del tabacchino a sinistra, la panetteria sulla destra, il supermercato poco più in là, prima della farmacia, una lunga fila si snodava senza attendere nessuno di questi luoghi. In epoca di coprifuoco o di confinement, avevamo infatti da subito realizzato la nostra hit-parade delle file da fare. Al quinto posto la boulangérie, al quarto supermercato, al terzo farmacia, al secondo il tabacchino e al primo? Quella serpentina di tizi e tizie percorsi da brividi e picchiettanti il suolo con timide corse sul posto, le mani rigorosamente in tasca, che avevo davanti a me avevano una sola idea, insieme semplice e terribile, ovvero quella di entrare nel moderno vespasiano a campana posto dietro all’edicola. 

Un flusso di pensiero si è allora impossessato della mia mente, con scrosci e strascichi di memoria fino a straripare in una visione chiara e netta della realtà: farla non sarà più possibile e men che meno farla fuori dal vaso. Delle file fatte davanti ai bagni accanto alle cabine in fondo alla spiaggia del Lido del Sole, quell’odore di varichina sparato a mille, travasi d’acqua salata e sporca; l’avere appreso come prima regola quella di alzare la tavoletta prima di pisciare da masculi e come seconda quella di abbassarla subito dopo.  L’aneddoto che mi aveva raccontato Patrick Chevaleyre su Raymond Queneau che, pare, amava farla per strada se non altro per poter profferire l’amata formula: je vous salis ma rue. Acrobatico calembour in grado di passare dal je vous salue Marie, Ave o Maria al Cara strada io La sporco (un po’). 

Leggi il resto dell’articolo sul nuovo numero di Focus In.

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