[et_pb_section transparent_background= »off » allow_player_pause= »off » inner_shadow= »off » parallax= »off » parallax_method= »on » padding_mobile= »off » make_fullwidth= »off » use_custom_width= »off » width_unit= »off » custom_width_px= »1080px » custom_width_percent= »80% » make_equal= »off » use_custom_gutter= »off » fullwidth= »off » specialty= »off » admin_label= »section » disabled= »off »][et_pb_row make_fullwidth= »off » use_custom_width= »off » width_unit= »off » custom_width_px= »1080px » custom_width_percent= »80% » use_custom_gutter= »off » gutter_width= »3″ padding_mobile= »off » allow_player_pause= »off » parallax= »off » parallax_method= »on » make_equal= »off » column_padding_mobile= »on » parallax_1= »off » parallax_method_1= »on » parallax_2= »off » parallax_method_2= »on » parallax_3= »off » parallax_method_3= »on » parallax_4= »off » parallax_method_4= »on » admin_label= »row » disabled= »off »][et_pb_column type= »4_4″ disabled= »off » parallax= »off » parallax_method= »on » column_padding_mobile= »on »][et_pb_text background_layout= »light » text_orientation= »left » admin_label= »Text » use_border_color= »off » border_style= »solid » disabled= »off »]

Universo Rossellini

Viaggio nell’universo di Roberto Rossellini, l' »Adamo » del cinema italiano

di Valentino M. Nisino

Foto Rodrigo Pais © Alma Mater Studiorum Università di Bologna – Biblioteca Universitaria di Bologna

Dal 25 giugno al 4 luglio, il 49° Festival Internazionale del Cinema di La Rochelle ha presentato, ancora una volta, un ottimo programma con retrospettive dedicate a René Clément e Maurice Pialat, omaggi a Sigourney Weaver, Michael Cimino e Xavier Beauvois. La pièce de résistance del festival è stata senza dubbio la retrospettiva di nove film dedicata al cineasta italiano Roberto Rossellini, Une vie de cinéma(s).

I lungometraggi rosselliniani sono stati presentati in versioni restaurate in 2K o 4K (contrariamente a quanto avvenuto con le copie danneggiate, viste quindici anni fa durante la storica retrospettiva alla Cinémathèque française).

Questi nove film sono di ritorno sul grande schermo anche in molti cinema francesi a partire dal 30 giugno e restano tutt’ora à l’affiche.

Prima di scoprire o riscoprire la ricchezza, sempre attuale, del lavoro di Rossellini, è importante conoscere la vita e la carriera di questo regista – descritto da Federico Fellini, il quale ha lavorato come co-sceneggiatore e aiuto regia rispettivamente sui film Roma città aperta e Paisà, come l’«Adamo» del cinema italiano – la cui evoluzione artistica ha attraversato diverse fasi e si divide idealmente in quattro parti distinte. Quattro periodi in cui il maestro non ha mai smesso di interrogarsi e rinnovarsi.

GLI INIZI DURANTE IL FASCISMO

Nato l’8 maggio 1906 a Roma da una famiglia benestante, Roberto Rossellini trascorre un’infanzia agiata nella grande casa borghese di via Ludovisi. La famiglia è un punto di riferimento per musicisti, scrittori e intellettuali, e Roberto è immerso sin da piccolo in una vivissima atmosfera culturale e artistica. Suo padre, famoso costruttore, è l’artefice del primo cinema moderno della capitale, Il Corso, inaugurato nel 1918. Roberto prende ad andare al cinema tutti i giorni durante gli anni dell’adolescenza. All’età di 26 anni, inizia a lavorare come fonico di film. Con il passare del tempo, questo giovane cineasta impara i trucchi del mestiere e acquista competenza in ogni settore della settima arte. L’Italia è in piena dittatura fascista. Dal 1937, Rossellini mantiene una stretta amicizia con Vittorio Mussolini, il figlio più giovane del duce, a capo dell’industria cinematografica del paese. Tra il 1941 e il 1943, il regista realizza i suoi primi tre lungometraggi. Tre film sulla guerra navale, aerea e terrestre, che formano la sua cosiddetta “trilogia fascista”: La nave bianca, Un pilota ritorna e L’uomo dalla croce. Si tratta del primo periodo del cinema di Rossellini. Il più controverso a causa delle sue scelte politiche. È un campione del regime? Serve la propaganda di Mussolini? Restano quesiti difficili da risolvere. Numerosi studi approfonditi sulla sua opera mostrano che nei film fascisti non vi è glorificazione dell’eroismo dei personaggi ritratti. Quello che Rossellini mostra è l’assurdità della guerra, di uomini e donne il cui destino è sconvolto dal conflitto.

Il 1943 segna una svolta nella vita del regista, Rossellini si unisce alla Resistenza italiana.

ROMA CITTA APERTA: LA BOMBA DEL NEOREALISMO ESPLODE AL FESTIVAL DI CANNES

Dopo un periodo travagliato, Rossellini si converte ad un altro tipo di cinema per opportunismo, perché il regime fascista stava crollando? Ancora una volta, è impossibile dirlo. Ma una nuova era è iniziata per il regista con un secondo ciclo di film che resta il più famoso della sua produzione. Liberati il 25 aprile 1945, dopo più di vent’anni di dittatura fascista, gli italiani si stanno appena riprendendo dalle devastazioni della Seconda guerra mondiale, quando il 24 settembre 1945 assistono alla prima proiezione di Roma città aperta, il film che rivela al mondo il nome di Rossellini. E soprattutto dà vita a un nuovo “movimento”: il neorealismo. Una rivoluzione estetica e una data importante nella storia del cinema. Infatti, questa corrente artistica ha per ambizione quella di mostrare la cruda realtà, senza cercare di mascherarla o abbellirla. Aspira a una sola cosa: la verità. E obbedisce solo a una certa etica. D’altronde, per Rossellini, il neorealismo “è una posizione morale da cui si guarda il mondo”. Un cinema sociale in bianco e nero, spogliato di ogni artificio. L’azione di Roma città aperta si svolge durante l’inverno 1943-1944 e racconta nove mesi di occupazione nazista. È un affresco corale (una donna del popolo interpretata da Anna Magnani, un capo della Resistenza comunista che prepara attacchi contro i soldati tedeschi, il prete di una parrocchia che viene in aiuto degli oppressi, un ufficiale della Gestapo…), realizzato in condizioni molto precarie. Per questo dramma, scritto insieme a Federico Fellini, Rossellini sviluppa un nuovo modo di filmare. Per la prima volta, la macchina da presa scende in strada e diviene testimone della Storia appena trascorsa (“Giravamo sotto l’influenza di ciò che avevamo appena vissuto”).

Realizzato in gran parte in location reali, lontane dalla ricostruzione nei teatri di posa, in stile quasi documentaristico, Roma città aperta è una testimonianza presa a caldo, un’istantanea del tempo presente, con sequenze di grande intensità drammatica. Questo ritratto di un paese distrutto, umiliato e sconfitto vince uno dei Grands Prix al primo Festival di Cannes del 1946. Il suo riconoscimento mondiale arriva anche dagli Stati Uniti. Questo film innovativo ha per merito anche quello di creare un impulso tra i colleghi italiani di Rossellini. Sotto questa influenza, Vittorio De Sica, per esempio, realizza Ladri di biciclette, un altro grande classico del neorealismo italiano.

Dopo il successo internazionale di Roma città aperta, Rossellini prosegue un anno dopo con Paisà (1946), film che mostra la liberazione degli italiani da parte degli alleati americani e inglesi. Un film a episodi, ambientati in sei regioni del paese (Sicilia, Roma, Napoli, Firenze, Romagna e Delta del Po). Film adorato da Martin Scorsese, che lo scopre all’età di sei anni durante un’emissione della televisione americana, Paisà è una delle opere più commoventi del neorealismo italiano. Interpretato principalmente da attori non professionisti, il film ha regalato al cinema alcuni momenti indimenticabili (celeberrima la scena in cui un soldato americano di colore scopre la miseria di un piccolo orfano napoletano che gli ha rubato le scarpe). Lo stesso anno, Rossellini perde il suo figlio maggiore, Marco Romano, per setticemia in seguito ad un’appendicite.

Ossessionato dalla sua morte, il regista gira Germania Anno Zero, la vicenda di un ragazzo dodicenne di Berlino nel 1947, il quale cerca di sopravvivere con la sua famiglia attraverso piccoli espedienti criminali. Le sequenze in cui il piccolo Edmund vaga al crepuscolo tra le rovine della sua città, che ora è un campo di rovine, sono di una bellezza quasi irreale. È in questa atmosfera da fine del mondo che Rossellini mostra la decadenza della società tedesca all’indomani della guerra. Ma anche l’innocenza perduta di un bambino, corrotto dal suo ex insegnante nazista, il quale lo spinge ad avvelenare il padre malato. Con questo nuovo capolavoro, il regista completa splendidamente la sua “Trilogia delle città in rovina”, il cui fine ultimo è quello di ritrarre un mondo distrutto dalla guerra.

Leggi il resto dell’articolo su Focus In abbonandoti subito QUI!

[/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]