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Verso la periferia
Di Valeriano Forte
C’era chi indossava la mascherina e chi no, si sentì come uscito da una parentesi tra il prima e il dopo, il lavoro dell’ultimo periodo, lo scavo, lo avevano ulteriormente estraniato. Passeggiava, rifletteva e borbottava, scansando buche, merde e passanti, preoccupato del fatto che ancora di più si sarebbe sentito solo, rispetto ad un sentire e agire di massa, in cui non si riconosceva. Lanciarsi così nella vita, non vuol dire amare la vita, ma non essere pronti a viverla in profondità. La fermata dell’ATAC pareva congelata nel tempo, senza una pensilina, solo un vecchio palo con l’insegna a tabella, dentro, una vecchia pubblicità d’audizione per un reality, mentre gli orari della linea erano su un foglio messo in un pannellino poco più grande della cornetta di un citofono. Qualcuno aveva raccattato dal pattume delle sedie mezze sgangherate, ma ancora reggevano, l’aveva sistemate a ridosso del muro, proprio dietro al palo giallo smozzicato dalla ruggine, una tettoia improvvisata con la lamiera era attaccata con pezzi di legno, un lavoro ben fatto, per offrire riparo nei giorni di pioggia. “Puro neorealismo. Bello, ma pericoloso. Noi italiani c’o dovremmo sapè bene, che quanno allo Stato se sostituisce quarcuno, se finisce ad avercelo dentro casa, camorra, mafia, ‘ndrangheta, così hanno fatto sempre!” Arrivò un bus, la gente ci si fiondò sopra come se dovesse essere l’ultimo mai annunciato. Una signora con la spesa, pareva non appartenesse a quella scena, seduta com’era su una sedia damascata dallo schienale alto e profilato, Gregorio la guardò, lei sorrise con gli occhi e disse: “Chi mo o’ doveva dì che dopo a’ poliomelite, l’asiatica, l’influenza di Hong Kong, a’ Suina, l’Aidse, dovevo vedè pure questa, sto Covid-19. Come dimenticare la miseria della guerra, le lotte di mio padre e quelle di mia madre come partigiani, mia mamma sempre attenta ad ogni nostro respiro, il fascino della scuola, era come un sogno poterci andare, una gioia, un onore. La maestra era una seconda mamma e conquistare un bel voto era festa per tutta la casa. Che tempi. Ottantacinque anni so’ tanti bello mio”. Gregorio la guardò annuendo commosso, senza dire parola, pensava a sua nonna, lei riprese: “prima del Coronavirus c’era un’altra cosa più grave, l’assenza di rispetto per il prossimo, l’incoscienza più totale, l’indifferenza. Forse i giovani dovrebbero leggere un po’ di più e scriversi meno addosso, anche perché noi, i vecchi, quelli chiamati con un numeretto, dobbiamo stà bboni e nun da fastidio, dobbiamo aspettà, nun ce resta altro da fà. Caro mio, tu sei giovane, nun poi capì come ce se sente nel vedere quanti sono scomparsi in silenzio, soli negli ospizi, pe mano di stò virus che ce stà a levà l’aria. Sono sola e presto o tardi forse farò la stessa fine. E c’è chi ha il coraggio di dire che il Covid è come una normale influenza, ma fateme er piacere”. Arrivò il 115, la signora rimase lì come un oracolo, chissà se davvero aspettasse un mezzo, Gregorio la salutò con la mano e salì, prese posto in fondo, non c’erano molte persone, le poche, non avevano la maschera, scelse un posto vicino al finestrino, il più lontano da loro. Gli girava in testa ancora la voce della signora, l’indifferenza, la solitudine, parole che tutte insieme esprimono silenzio, mentre una goccia rivolava in diagonale il vetro, la strada verso Trastevere, scivolava in un chiacchiericcio sommesso.
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