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Voci di dentro
Intervista a Leoluca Orlando
a cura di Francesco Forlani
Palermo capitale. Qual è il vero capitale di questa città?
Sono fermamente convinto che il vero capitale di questa città sia quello umano. Palermo ha saputo mettere insieme, e continua ancora oggi a farlo, culture diverse pienamente integrate nel suo tessuto sociale ed economico. È la città dell’accoglienza in cui chi viene, anche solo per un giorno, è palermitano anche se a Palermo non è nato. Oggi viviamo tempi difficili nei quali il migrante, parola utilizzata per discriminare, viene considerato uno scarto della società. A Palermo, invece, è un valore aggiunto che può dare qualcosa alla città. Faccio solo il più recente tra i tanti esempi: poche settimane fa la comunità ghanese ha dato vita ad una fondazione, Martin Luter, il cui scopo è impegnarsi attivamente per aiutare i cittadini più fragili, per migliorare il decoro della città. Sono parte, dunque, della città-comunità. Questo è il senso vero della forza di Palermo.
Centro-periferie. A Palermo cosa rappresenta oggi questa parola?
A Palermo abbiamo rivitalizzato le periferie grazie ai migranti e ai turisti. Siamo partiti dalle periferie esistenziali che spesso sono il centro geografico della città come l’intero centro storico e in particolare Ballarò o Danisinni, ma abbiamo esteso questa cura alle periferie geografiche. Sulle periferie di Palermo c’è ancora molto da fare ma molto si è fatto. Ad esempio penso al tram, strumento fondamentale che ha permesso di abbattere le distanze non solo geografiche ma anche sociali tra centro e periferia. Il tram in superficie, inoltre, aiuta a riqualificare la città. La mobilità sostenibile è un punto di riferimento importante per una città che fino a qualche anno fa non sapeva cosa significassero le espressioni bike e car-sharing. Essere sostenibili significa anche attrarre. Credo che oggi si debba adottare un nuovo patto di linguaggio, una condivisione che parta dalla premessa di trasformare ogni periferia in centro nel solco di un nuovo umanesimo culturale che crea reti di comunità. Questo è possibile solo attraverso città inclusive ed accoglienti. Non solo periferia, ma anche centro. Molti anni fa la vera periferia esistenziale della città era il centro che negli anni abbiamo trasformato e oggi i risultati sono tangibili. I luoghi del centro sono il salotto di Palermo, amati da tutti, palermitani e turisti. Un cambiamento simile trent’anni fa sarebbe stato impensabile.
Il mare non bagna Napoli, scrisse Anna Maria Ortese a proposito della capitale partenopea. Vale lo stesso per Palermo?
Palermo nel suo nome racchiude il profondo legame con il mare. Palermo, “tutto porto”. E il mare è tornato ad essere al centro della vita della città. La rinascita e la riscoperta della costa di Palermo sono il simbolo del cambiamento avvenuto in questi anni. Dove prima c’erano tonnellate di rifiuti, ora il mare sta tornando balneabile e le spiagge sono state riscoperte. A Romagnolo, alla Bandita, ad Acqua dei Corsari e lungo tutta la costa, le spiagge e il litorale erano una gigantesca discarica e lì dove non c’era la discarica c’erano cantieri abbandonati. Palermo è tornata ad essere “tutto porto”. Ma il mare ci ricorda anche la sofferenza dei migranti il cui grido di dolore è soffocato dall’indifferenza dell’Europa. Per questo lo scorso giugno a Palermo si è tenuto From Sea To The City, un evento internazionale che ha coinvolto sindaci da tutta Europa, tra cui la sindaca di Parigi Anne Hidalgo e di Barcellona, di Tirana, di Atene e molti altri in favore del diritto alla vita e quindi per dire basta alle morti in mare. La mobilità è un diritto umano inalienabile, un valore che sancito dalla Carta di Palermo che è il manifesto culturale della città.
C’è una frase in grado di tradurre la palermitanità nel mondo?
Cu avi a lingua passa u mari. Cioè solo chi possiede il linguaggio attraversa il mare che può anche essere tradotto nella capacità dei palermitani di farsi valere. Inoltre questo detto esprime il significato profondo che segna i popoli che si affacciano sul mare.
Dall’infanzia quale immagine corrisponde all’idea di Palermo che ha? E quale immagine vorrebbe non avere?
Una città recinto, buia e silenziosa, somma di recinti a conferma di una soffocante appartenenza a gruppi chiusi.
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