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Storia di arte che vive
Modigliani, Soutine e l’ultimo atelier della Cité Faulgière
di Silvia Pampaloni, foto di Luca Papini
Parigi. Nel quartiere di Montparnasse, attualmente più ricco di traffico che di avanguardie, si fatica a ritrovare le antiche vestigia dell’epoca bohémienne che lo rese celebre nel secolo scorso.
Una sciagurata politica di rinnovamento urbano negli anni ’60 ha demolito gran parte degli antichi atelier dove i più importanti artisti di tutto il mondo hanno dato vita ai più celebri capolavori dell’arte moderna, per costruire anonimi condomini popolari. La speculazione immobiliare ha fatto il resto. Una volta scomparsi i vecchi artisti, i pochi atelier rimasti hanno soddisfatto golosi appetiti immobiliari, divenendo costosi loft per la ricca borghesia parigina.
Eppure c’è un luogo che, seppur minacciato a più riprese, si rifiuta ogni volta di piegarsi a questo destino. Un luogo dalla memoria ridondante e dall’energia artistica troppo palpabile per rimanere vittima indifesa delle speculazioni.
Questo luogo ha visto all’opera i pennelli vivaci di Chaïm Soutine e lo scalpello geniale di Amedeo Modigliani. Tra i suoi corridoi risuonava la voce altera della giovane poetessa russa Anna Achmatova in posa da cariatide per Modigliani e successivamente la risata argentina di Kiki de Montparnasse, modella per Leonard Foujita, nell’atelier attiguo.
Stiamo parlando dell’ultimo atelier d’artista alla Cité Falguière a Montparnasse: l’Atelier 11.
Questa è la sua storia e la storia di chi lo ha difeso e salvato strenuamente fino ad oggi, per tramandarlo intatto alle future generazioni di artisti.
Costruita come cittadella per scultori nel 1870 a Montparnasse da Jules Ernest Bouillot su disegno dello scultore Alfred Boucher, la Cité Falguière servì da luogo di vita e di lavoro per i maggiori artisti di inizio Novecento: Paul Gauguin, Tsuguharu Foujita, Constantin Brancusi, Chaïm Soutine fino ovviamente a Amedeo Modigliani.
Grandi vetrate per far entrare la luce naturale (quella elettrica non era prevista), improbabili passerelle per unire i piani sfalsati degli atelier, porte sempre aperte per osservare e farsi osservare, cortili verdeggianti dove lasciare, spesso per sempre, opere incompiute. Così appariva la Cité Falguière durante gli anni folli, un reticolo disordinato di residenze a basso costo per giovani artisti provenienti da tutto il mondo (si calcola che l’età media nel 1914 fosse di 26 anni). Qui approdò anche Amedeo Modigliani, il principe di Montparnasse.
Artista geniale ed inclassificabile, uomo colto e sanguigno, seduttore carismatico, Modigliani, è diventato, suo malgrado, l’eroe emblematico della bohème. La sua tragica morte, unita alla narrazione fantasiosa di molti biografi, ha alimentato questa scomoda leggenda a scapito del suo ruolo inestimabile nella storia dell’arte moderna.
Nel suo nomadismo a Montparnasse, dettato spesso dal mancato pagamento dell’affitto, Modigliani affittò atelier alla Ruche, in Boulevard Raspail, in rue de la Grand Chaumière. Dal 1909 in poi l’artista soggiornò, a più riprese, in diversi atelier del complesso della Cité Falguière.
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