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L’Art du Portrage
di Francesco Forlani, foto di Serafino Fasulo
Serafino Fasulo, livornese, lo abbiamo conosciuto a Parigi, alla Tour de Babel, in occasione di una mostra da lui curata per la Fondazione Laviosa.
« Comment l’industrie interagit avec le paysage et la vie sociale. Impossibile rimanere indifferenti di fronte alla fotografia dell’affiche che ritrae un paesaggio di frontiera tra mare e merci. I container colorati si affacciano sull’orizzonte sospeso alla maniera delle Vele di Secondigliano alle porte del mondo. Questo ritrarre i gradi di separazione delle cose mi sembra l’ossessione dominante della ricerca di Serafino Fasulo e si sa che nessuna visionarietà è possibile se non è nutrita di ossessioni ».
Questo scrivevo su un vecchio numero (il 45 credo) a proposito di un artista che amo molto e che ritroviamo nella sua città d’adozione, Livorno, con una serie di “vedute” che ne confermano il talento e una profonda sensibilità polittica. Le mille vite di Serafino, letterato, artista, cineasta, fotografo, agitatore culturale, al pari di certe città, felici sintesi di stratificazioni, convergono in una visione d’insieme solo a condizione di rinunciare a quel modo di ragionare per etichette, schemi definiti, poetiche fissate una volta e per tutte. C’è nell’universo di Serafino un’energia nomade, un vento in grado di sparigliare le carte sul tavolo, e allo stesso tempo un invito al viaggio, un senso dell’ospitalità del lettore, spettatore, che è lo specchio dell’anima di un gentilhomme.
Ecco il motivo di quello strano titolo, portrage, mot valise che vuole contenere i due temi principale del suo fare fotografia: portrait (ritratto) e paysage ( veduta). Le immagini che compongono il suo racconto fotografico si intitolano vedute ed è una Livorno a cui non siamo abituati, deserta, in una luce diafana, sospesa, senza livornesi. Eppure nel nostro immaginario è proprio la natura sanguigna, anarchica, molesta, irriverente, di gente che non sa, né sarà mai, popolo, massa, la cifra della città. Livorno è abitata dalla moltitudine, nel senso dato dal filosofo Paolo Virno, ovvero “indifferenziata moltiplicazione di individualità”. Insomma più Spinoza che Hobbes, viene da dire, confortati dal fatto che fu proprio a Livorno che si stanziò una delle più importanti comunità ebraiche. Tornando alla dicotomia paesaggio-ritratto, mi sono spesso interrogato su chi e come abitasse gli spazi raccontati da Serafino, le periferie industriali, gli ex-cinema storici della città, la selva dei container accanto al porto, e a risolvere la questione è intervenuto ancora una volta lui, il genius loci, Modigliani a suggerire un’uscita dall’impasse. Dell’opera di Modì serbiamo rarissimi ricordi di “paesaggi”, del resto ne esistono poche e tenui opere a testimoniarne l’interesse pittorico, eppure basta soffermarsi su una di esse per comprendere come l’una, l’arte del ritratto, rimandi a quella del paesaggio.
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