[et_pb_section transparent_background= »off » allow_player_pause= »off » inner_shadow= »off » parallax= »off » parallax_method= »on » padding_mobile= »off » make_fullwidth= »off » use_custom_width= »off » width_unit= »off » custom_width_px= »1080px » custom_width_percent= »80% » make_equal= »off » use_custom_gutter= »off » fullwidth= »off » specialty= »off » admin_label= »section » disabled= »off »][et_pb_row make_fullwidth= »off » use_custom_width= »off » width_unit= »off » custom_width_px= »1080px » custom_width_percent= »80% » use_custom_gutter= »off » gutter_width= »3″ padding_mobile= »off » allow_player_pause= »off » parallax= »off » parallax_method= »on » make_equal= »off » column_padding_mobile= »on » parallax_1= »off » parallax_method_1= »on » parallax_2= »off » parallax_method_2= »on » parallax_3= »off » parallax_method_3= »on » parallax_4= »off » parallax_method_4= »on » admin_label= »row » disabled= »off »][et_pb_column type= »4_4″ disabled= »off » parallax= »off » parallax_method= »on » column_padding_mobile= »on »][et_pb_text background_layout= »light » text_orientation= »left » admin_label= »Text » use_border_color= »off » border_style= »solid » disabled= »off »]
Il viaggiatore e l’isola
Intervista a Jean Turco
a cura di Patrizia Molteni
Centoquattro primavere, fatto nascere dalla moglie del macellaio perché gli uomini erano al fronte, appena maggiorenne (per l’epoca) allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, lavori forzati e non, deportazione, un percorso scolastico eccezionale e una carriera altrettanto gratificante che lo porta persino ad essere deputato della Repubblica francese, lui, il rital che ha dovuto scegliere a 15 anni se rimanere italiano o diventare francese. L’onorevole Jean Turco, ancora oggi, prende tutto con filosofia, cose che accadono per un colpo di fortuna o di sfortuna.
Lo incontro alla Tour de Babel dove il figlio Eric lo porta dopo un pranzo da Don Giovanni, ristorante ciociaro tenuto dal nostro amico Enrico. “Mio nonno lo chiamavano Don Giovanni al paese, perché si chiamava Giovanni”, mi spiega Jean Turco, classe 1917. Il paese è Casalvieri, in Ciociaria, regione che ha dato i natali a Vittorio De Sica, regista de La Ciociara, con Sophia Loren, di Nino Manfredi e Marcello Mastroianni oltre che di illustri letterati come Tommaso Landolfi.
I genitori sono arrivati in Francia nel 1910 con la piccola Olga di soli tre mesi. Dovevano andare in Inghilterra dove una cugina aveva assicurato loro un lavoro. Ma a Parigi un altro cugino, fabbricante di mobili nel Faubourg Saint Antoine, li aveva convinti a restare con un argomento irrefutabile: perché andare in un paese dove parlano una lingua terribile?
Il padre, meccanico di precisione, trova un lavoro nel quinto arrondissement. Lo spazio presto diventa troppo piccolo. Apre una ditta specializzata in strumenti di precisione, in uno spazio molto più grande, a Villejuif, allora un paesino di appena cento anime, dove nasce Jean.
C’era la guerra, gli uomini erano al fronte. La mamma aveva preso le redini della ditta, coadiuvata da un ingegnere francese che aveva perso una gamba in guerra e che era stato congedato. Facevano proiettili e granate per la Marina, anche loro si erano dovuti adattare all’economia di guerra. “Quando sono nato”, racconta Jean, “non c’era nessuno, né medico, né levatrice. È stata la moglie del macellaio ad aiutare mia madre a partorire… e sono ancora qui! La natura è capace di fare delle belle cose senza il medico.”
Al ritorno dalla guerra, il padre è ancora molto legato al mondo dell’automobile. Compra tutto lo stock della Dodge Brothers: gli americani vendevano tutto a poco prezzo per poter rientrare nella loro Home sweet home. 260 veicoli da assemblare, ci vuole del posto. Apre allora un atelier a Choisy le Roi, nelle scuderie di Madame de Pompadour. All’inizio erano assemblate con la carrozzeria di origine, in seguito faceva solo il telaio e lasciava al cliente la scelta della carrozzeria, una personalizzazione (customize si dice oggi) ante-litteram che gli valse il titolo di “mago dell’automobile” e la soddisfazione di far correre la sua Grand Sport sul circuito di Monthléry a 140 km/ora, exploit celebrato dal giornale L’Auto. L’impresa regge fino al 1930 quando papà Turco apre una concessionaria Renault su Avenue d’Italie.
Il giovane Turco frequenta la scuola di Villejuif fino al Certificat d’études, una sorta di licenza elementare dopo la quale si poteva andare a lavorare. Lui lo ottiene ad 11 anni e mezzo, il più giovane della sua classe, anche perché dicembrino di nascita.
Come tutti subisce le ingiurie dei francesi, i vari rital e sale macaroni, nonostante, come tutti, i genitori evitassero di parlare italiano a casa proprio per farlo integrare più facilmente. Ma era bravo. E sui quattro studenti proposti dal suo professore per il prestigioso Lycée Henri IV, fa parte dei due ammessi. Studia greco e latino. È anche molto sportivo e diventa il capitano della squadra di calcio del liceo. Bravo sì ma con già il suo caratterino: una volta un compagno che non era stato preso in squadra, gli dà del sale rital, ricevendo per tutta risposta un pugno che gli spacca il setto nasale. Chissà cos’è diventato, magari medico o avvocato, ma di sicuro deve aver capito lì che lo sport era pericoloso, almeno tanto quanto il razzismo.
La guerra, le evasioni
Jean è stato arruolato il 2 novembre del 1938, come specialista al Terzo Reggimento degli Hussard a Wissenbourg, poco lontano dalla Linea Maginot. Nel mese di maggio comincia la guerra vera. Il reggimento viene tradito: i suoi 400.000 uomini erano stati “barattati” dal Maresciallo Pétain in cambio dell’Armistizio.
Primi lavori forzati sulle autostrade tedesche, poi grazie alla sua formazione lo spostano in una fabbrica che produceva strumenti di precisione. Prima evasione, in sella ad una bicicletta presa in prestito dal campo, ma non va molto lontano. Un mese in cella, tutti i giorni un pezzo di pane nero e una brocca d’acqua.
Ma gli ingegneri specializzati erano pochi e Turco viene mandato tre mesi a Mützingen dove costruivano dei bunker. Il “padrone” aveva una Mercedes che non funzionava perché non trovava i pezzi per ripararla. Jean aveva lavorato da bambino con il padre, come tutti gli italiani. “L’ho riparata molto lentamente, tanto che lui cominciava a insospettirsi” racconta divertito. “Allora gli ho detto: ‘Domani andiamo sulla Stoccarda-Monaco’. Funzionava benissimo. Ma io avevo fatto una copia delle chiavi. Una notte sono scappato con la macchina. Ero con un compagno e quando siamo arrivati al cancello principale, c’erano due sentinelle con il fucile spianato perché un francese aveva fatto la spia”. Due evasioni proprio non si poteva, pena la deportazione a Warouska in Polonia.
La competenza lo aiuta di nuovo: un ufficiale tedesco francofono gli dice: “Toi, t’as un sacré pot, l’usine te reclame depuis deux ans.” La stessa fabbrica dalla quale era evaso lo aspettava a braccia aperte.
Era il 1943, i tedeschi erano cambiati, ricorda: “La prima volta, la mattina per salutare dicevano Heil Hitler. Nel ‘43 dicevano Grüß Got, che vuol dire ‘buongiorno a Dio’. La gente aveva capito che la guerra era persa. Avevano tutti paura di essere mandati in Russia.”
Si ritrova a capo di venti operai, fanno un po’ di resistenza passiva: lavoravano il minimo indispensabile, con lentezza, senza esagerare però, niente sabotaggi. Da lì viene trasferito in una fabbrica di automobili, dove si vantano di avere “uno specialista da Parigi”.
Alla liberazione le truppe del Generale De Lattre de Tassigny lo volevano portare con loro perché parlava un po’ tedesco, ma dopo sette anni è tornato a Parigi. Anche il fratello era stato prigioniero, ma essendo meno “irrequieto”, era tornato dopo di lui, liberato dai russi.
Nel frattempo a Parigi il garage era stato occupato dai tedeschi. Turco padre, reduce dalla Prima Guerra Mondiale e poco intenzionato a lavorare con i tedeschi, si è dato malato. Al ritorno di Jean i tedeschi facevano ancora da padroni nella ditta di famiglia, poi sostituiti dagli americani che ci avevano stabilito il loro quartiere generale. “C’erano molti italo-americani che portavano a mia madre pasta e altri ingredienti, e lei cucinava per loro. Così sono rimasti per un po’ e per farci piacere ci hanno detto che in settembre sarebbero andati via.” In quel periodo il settore dell’automobile cominciava a riprendere slancio, la ditta diventa concessionaria Renault.
La politica e le automobili
“Mi hanno chiesto di candidarmi perché tutte le Renault avevano scritto dietro Turco SA, e così sono stato deputato fino al ’78”, dice come se davvero bastasse avere il proprio nome sul retro di una macchina. “Ho conosciuto il Generale De Gaulle nel ’47, quando ero in vacanza con mia moglie nei paesi Baschi. Lui non era più al governo. Abbiamo fatto una foto e gli ho chiesto: “Mon general, pourquoi vous avez quitté le pouvoir ?” e lui mi ha detto: “Mais mon petit gars, les politicards sont revenus.”
“Prima sono stato 10 anni deputato francese e poi sono stato il membro fondatore del gruppo degli anziani che adesso è il gruppo più importante dell’Assemblée Nationale. Membri di tutti i partiti. È incredibile ma andiamo molto d’accordo. Mi hanno dato la Légion d’Honneur perché ho fatto il regolamento per il controllo delle macchine. Avevo comprato un pennarello rosso e scrivevo sulla macchina: ‘Attenzione, macchina pericolosa’”.
Leggi il resto dell’articolo su Focus In abbonandoti subito QUI!
[/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]