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A me gli occhi
di Patrizia Molteni
Non avere neanche gli occhi per piangere, si dice quando non ci rimane veramente più niente. In questo periodo di Covid, però, per fortuna è l’unica cosa che ci è rimasta per comunicare. Quante volte ci è capitato di sentire: “non ho capito, con la mascherina non sento…”? In effetti i suoni ovattati dalla mascherina del nostro interlocutore, sono difficili da decifrare senza poter leggere il labiale. Bocca e orecchie fuori uso, quindi, insieme al naso, potenziale propagatore di goccioline infette, anch’esso coperto. Le mani? Inondate quotidianamente da litri di gel idroalcolico, ormai ridotte a carta vetrata, sono vietate per la comunicazione sociale, poiché è altamente sconsigliato stringersi la mano. Abbiamo tutti visto i balletti di saluti gomito-gomito, piede-piede persino al Parlamento europeo.
È lui ormai, il gomito, il re della socializzazione. “Diamoci la mano” è diventato “diamoci il gomito”. Con lo stesso principio si possono concepire “avere i gomiti legati” o procedere lentamente, “gomito gomito” (cioè strisciando come i soldati in agguato), così come, essendo Dio capace di tutto, possiamo immaginare “Ci vuole il gomito di Dio”. Diventa più difficile immaginare situazioni come “dammi un gomito a spostare il mobile”, “un gomito lava l’altro”, essere “in buoni gomiti”, “avere i gomiti bucati”, “far gomito basso” o mettere “i gomiti su qualcosa” (l’espressione è il titolo di un bellissimo film di Francesco Rosi, che tradotto in “Gomiti sulla città” perde tutta la sua forza).
Occhio penetrante
Abbiamo quindi solo gli occhi, e non solo per piangere. Da sempre gli occhi esprimono quasi tutte le emozioni. Uno sguardo comunica parole, significati, persino il tono di voce, cosa decisamente impossibile per naso o orecchie. Non per niente si dice che siano “lo specchio dell’anima” e che attraverso di loro si possa penetrare nel cuore, nel più profondo dello spirito della persona, amata o meno. L’iconografia religiosa – e non solo – ritrae Annunciazioni in cui un fascio di luce diretto agli occhi della Vergine Maria porta la buona novella. E se Maria avesse chiuso gli occhi? Sarebbe stata la fine di Gesù, del Messia salvifico, e l’aborto del Cristianesimo. Ecco che allora lo sguardo, nell’interpretazione cristiana (con precedenti significativi nella tradizione pagana), è anche volontà. Maria aveva gli occhi aperti perché ha accettato di portare in grembo il figlio di Dio.
Occhio pensante
Se una parte del corpo dovesse essere scelta per rappresentare la sincerità, sarebbe l’occhio. Non la bocca che pure parla, né il cuore il cui battito segnala la vita ma anche l’amore che ci fa battere il cuore a mille. Né il cervello pur capace di formulare idee e far spiccare voli pindarici. No, gli unici indicatori di sincerità sono gli occhi. “Guardami negli occhi” o “a quattr’occhi” significano proprio questo: se il nostro interlocutore riesce a sostenere lo sguardo, vuol dire che non sta mentendo. Al contrario gli occhi bassi o sfuggenti sono indicativi di imbarazzo, di pudore o addirittura vergogna.
In alcuni paesi l’imbarazzo e la vergogna diventano sottomissione, il contrario degli occhi volontari della Vergine: Ad occhi bassidi Tahar Ben Jelloun racconta proprio questo, la storia di una pastorella berbera che fugge a Parigi dove scopre un mondo cosmopolita in cui la donna non è obbligata a stare “ad occhi bassi”.
Il resto dell’articolo sul cartaceo…
Racconto fotografico di ©Susanna Corrado
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