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Cittadinanza italiana a Patrick Zaki
L’appello di Roberto Saviano per la liberazione dello lo studente egiziano Patrick Zaki
Oggi è il 7 febbraio. Esattamente un anno fa Patrick Zaki, studente del Master in Studi di Genere a Bologna è stato arrestato mentre tornava in Egitto per trascorrere una breve vacanza con la famiglia. Quel giorno iniziava una carcerazione preventiva che è stata rinnovata ogni quattro-cinque giorni… Uno stillicidio che sta annientando il corpo e lo spirito di Zaki, costretto a dormire da un anno per terra senza avere la possibilità di difendersi in tribunale.
Perché mettere uno studente in carcere?
Non è un caso isolato quello di Zaki. Proverò a raccontarvi la guerra dei regimi contro gli studenti. Da oltre un mese, studenti e docenti dell’università del Bosforo, a Istanbul, stanno manifestando contro la nomina del nuovo rettore, Melih Bulu, che è stato nominato a capo del prestigioso ateneo in quanto esponente di governo, quindi come uomo di fiducia del presidente Erdoğan. La scelta infatti non è avvenuta come da regolamento universitario, cioè tramite un’elezione democratica, ma con decreto presidenziale, senza che l’università venisse coinvolta. Questi studenti chiedono solo che la cultura sia indipendente dalla politica. Che la loro università resti libera, aperta, non sottoposta a un commissariamento di un presidente dittatore che vuole far diventare le università terminali del suo potere. Lo fanno con una protesta non violenta, allegra: cantano rap, pezzi di gruppi heavy metal, intonano anche quello che è il canto universale di resistenza, Bella Ciao. Studenti e professori hanno anche recuperato una modalità di protesta usata dai giovani di piazza Taksim nel 2013 che rimasero in piedi per ore, immobili e in silenzio, rispondendo così alla repressione feroce della polizia turca che aveva trasformato una manifestazione pacifica in un bagno di sangue. E anche questa volta la risposta delle forze di Erdoğan non è stata molto diversa. Le loro intenzioni sono state chiare fin da subito. Fin dai primi giorni di protesta a gennaio, per respingere i manifestanti la polizia ha chiuso i cancelli di ingresso dell’ateneo con delle manette, e non con una catena, con delle sbarre, delle coperture… Il messaggio che hanno voluto dare è chiaro: il pensiero non è più libero, è controllato. Il primo febbraio sono iniziate le retate. La polizia è arrivata in tenuta antisommossa, si è presentata con idranti, proiettili di gomma, lancia-lacrimogeni. Addirittura dei cecchini sono stati collocati sui tetti attorno all’università per avere a tiro i manifestanti, come se questi studenti, disarmati, fossero pericolosi criminali da accerchiare. Non a caso Erdoğan li ha definiti “terroristi”. Sono stati arrestati 159 studenti. I primi ad essere posti sotto arresto in realtà furono, un paio di giorni prima, dei ragazzi che avevano allestito una mostra sulla libertà di espressione in difesa dei diritti di genere e della pace. Tra le opere esposte c’era quello di un arcobaleno disegnato sull’immagine della Kaaba, edificio sacro per l’islam, situato alla Mecca. Ebbene sono stati definiti “pervertiti” dal Ministro dell’Interno e accusati d’insulto ai valori religiosi. Arrestati insomma per un disegno. Dal luglio del 2016, cioè da quando c’è stato un fallito golpe, represso prontamente da Erdoğan, in Turchia è partita una caccia alle streghe: non solo gli oppositori sono stati arrestati, ma chiunque venga considerato non allineato o si permetta di esprimere un’opinione critica rispetto all’operato del governo finisce in prigione. Così sono finiti dietro le sbarre i più brillanti intellettuali del paese. Secondo Reporter senza frontiere oltre 200 giornalisti e operatori dei media sono stati in carcere in Turchia negli ultimi cinque anni. Molti sono costretti all’esilio. Lo scrittore Ahmet Altan è detenuto da quattro anni e mezzo, per 1590 giorni, con l’assurda accusa di aver favorito il golpe attraverso “messaggi subliminali”. A molti verrà spontaneamente da chiedersi: ma come, un presidente come Erdoğan che ha a disposizione più di 700 mila militari si lascia spaventare da uno scrittore, che ha come unica arma la sua penna, al punto da volerlo tenere in carcere tutto questo tempo? Si lascia spaventare da un gruppo di studenti che protestano pacificamente al punto di doverli arrestare tutti? Non c’è niente che spaventi i regimi più del libero pensiero, lo spirito critico, la libertà di iniziativa delle persone. Li spaventa. E la libera iniziativa, per definizione, è un approccio alla conoscenza e all’insegnamento senza condizionamenti. Proprio per questo da anni Erdoğan cerca di controllare le università nominando rettori a lui fedeli. Se il regime controlla la cultura, controlla la testa delle persone, e se controlla la testa delle persone otterrà il loro consenso per sempre. Ecco perché Patrick Zaki è in carcere. Ufficialmente è detenuto con l’accusa di “propaganda sovversiva attraverso i social network”, accusa che non è mai stata provata dalle autorità egiziane. Chi conosce bene Zaki lo descrive come una persona tollerante, aperta, appassionato attivista per i diritti umani. È qui che va cercata la motivazione del suo arresto.
Qualche giorno fa il regime ha arrestato un altro ragazzo che come Zaki aveva deciso di studiare all’estero: Ahmed Santawy. Frequentava un Master a Vienna ed è stato arrestato con le stesse accuse di Zaki, che aveva scelto il nostro paese per formarsi. E infatti la prima cosa che chiese in prigione fu che gli venissero portati i libri per studiare, in modo da non perdere la borsa di studio a Bologna. E l’Università di Bologna ha dimostrato molto coraggio, molta empatia nel difendere un suo studente, cosa non scontata! Basti ricordare quanto è stata codarda, e persino omertosa, l’Università di Cambridge nella vicenda Regeni. Anche il comune di Bologna ha fatto sentire la sua presenza, conferendo la cittadinanza onoraria a Zaki, ed è stata seguita anche da altri comuni italiani. Ma non è sufficiente. Non è stato sufficiente per salvargli la vita. Bisogna fare un passo più coraggioso. Se in quella prigione egiziana ci fosse un cittadino italiano, quindi europeo, le nostre autorità avrebbero maggiori possibilità di negoziare per ottenere il suo rilascio. Per questo chiediamo al presidente Mattarella, come ha fatto Carlo Verdelli dalle pagine del Corriere della Sera, e come hanno fatto altre centomila persone online, di concedere la cittadinanza italiana a Patrick Zaki. Per la nostra legge, il Presidente della Repubblica può concedere la cittadinanza a uno straniero “quando ricorra un eccezionale interesse dello Stato.” Ecco, in questo caso, ricorre un eccezionale interesse dello Stato, quello di restituire all’Italia la dignità che ha perso voltandosi dall’altra parte, facendo prevalere gli interessi economici, ogni volta che l’Egitto ha violato i diritti umani.
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