Intervista a Michela Murgia a cura di Michela Calledda
Nella premessa mitologica scrivi che questo è un libro di istruzioni di metodo e di linguaggio e che “le parole generano comportamenti e chi controlla le parole controlla i comportamenti… È da lì, dai nomi che diamo alle cose e da come le raccontiamo che il fascismo può affrontare la sfida di tornare contemporaneo”. Il 28 gennaio si è svolta a Roma il presidio non violento “Non siamo pesci”, promosso dall’associazione A buon diritto, per chiedere porti aperti e l’istituzione di una commissione d’inchiesta per le stragi di migranti del Mediterraneo. Quel pomeriggio, nel suo intervento, Luigi Manconi ha detto che “se vediamo sul linguaggio cederemo sulle idee”. Il fascismo, secondo te, è prima di tutta una questione di linguaggio? Quanto il deterioramento linguistico sta incidendo nel deterioramento della politica e delle istituzioni?
Incide molto, perché tutto, non solo il fascismo, alla fine è una questione di linguaggio. Siamo una specie simbolica e ci rapportiamo alle cose e alle situazioni nel modo in cui scegliamo di definirle. Se ipotizziamo una reazione all’arrivo di qualcuno che viene da fuori, ci sarà una grande differenza tra il definirlo “straniero” e il chiamarlo “ospite” e questa differenza, che è semantica e quindi etica, determinerà due comportamenti potenzialmente diversi. Scegliere le parole significa scegliere le azioni, perché il linguaggio esprime sempre rapporti di potere.
“La presunta liberazione della donna ha portato solo al crollo delle nascite e alla competizione con gli uomini nei luoghi di lavoro, lasciando case vuote, cene fredde e montagne di camice da stirare” novità di questo Parlamento è l’intergruppo – trasversale – “Famiglia e vita” che vede tra i suoi membri più tristemente noti il senatore Simone Pillon. Si tratta di un gruppo che conta 150 senatori accomunati dalla misoginia, dalla mancata accettazione dell’altro e del diverso e dalla follia dell’ultracattolicesimo. Quanto fascismo c’è nell’ultracattolicesimo?
Il cristianesimo è una religione monoteista. In tutte le religioni dove Dio è uno solo, quel dio è sempre maschio e padre. Questo dato strutturale del monoteismo si sposa perfettamente con la visione sociale patriarcale, populista e gerarchica del fascismo, che vede nella famiglia la riproduzione cellulare dei rapporti di potere statali. A un padre corrisponde un capo, a una donna una funzione e ai figli/cittadini un’eterna infanzia di affidamento inconsapevole. Non significa che tutto il cristianesimo sia fascista – sono cristiana praticante, vengo dall’associazionismo democratico e ho imparato nella Chiesa a esercitare il mio diritto al dissenso – ma significa che quando vuole essere fascista il cristianesimo ha tutto l’apparato simbolico per riuscirci senza sforzo.
Era il 2011 quando su Giap il collettivo Wu-Ming e Giuliano Santoro sul suo blog personale cercavano di spiegare perché il discorso sulla casta è di destra. Eppure, nessuna retorica politica negli ultimi vent’anni è stata tanto potente e dilagante. Così tanto che ha assunto un ruolo rilevante perfino nella campagna referendaria per il SI del Partito Democratico e ha contribuito a minare la fiducia comune non semplicemente nella politica ma perfino nelle istituzioni. Ti sembra che allo stato attuale, anche tra le gente comune, questo discorso stia cominciando a sgonfiarsi?
Purtroppo no. Il disinvestimento progressivo nella scuola (anni di riforme per funzionalizzare il sapere al lavoro anziché al pensiero) e negli spazi di partecipazione civica (scomparsa delle sezioni di partito, annichilimento degli spazi liberi di organizzazione del dissenso) hanno reso le persone insicure, disarmate e sole, una situazione psicologica – prima ancora che civica – dove è facile vedere nemici immaginari e invelenirsi contro chiunque sembri dotato di maggiori opportunità e strumenti. Sotto la parola casta si nasconde un enorme senso di inferiorità sociale, che può essere combattuto solo con scelte strutturali. Chi ha costruito e mantiene il suo potere sulla paura non ha però alcun interesse a fare quelle scelte, anzi ne ha molto a soffiare su quella retorica.
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