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Gruppo Labronico
Intervista al presidente Michele Pierleoni
di Serafino Fasulo
Da 102 anni a Livorno esiste Il Gruppo Labronico, un sodalizio di artisti, pittori, scultori, incisori, che ha sempre avuto una dimensione che travalica i confini cittadini.
“Non c’è mai stata chiusura verso coloro che provengono da altre città perché la commistione è stata ritenuta fondamentale, perché la crescita passa dal confronto, dalle relazioni”. A parlarcene è l’attuale Presidente, Michele Pierleoni, storico, gallerista, baritono.
Come ti avvicini alla pittura, all’arte?
L’arte l’ho sempre respirata in casa perché mio nonno materno era un pittore. Amico di molti artisti livornesi dei primi del ’900, nel dopoguerra decise di aprire la galleria Athena che quest’anno compie 61 anni. Così io, nato nel 1976, sin da piccolo ho avuto modo di frequentare artisti livornesi della mia generazione, ma anche gli anziani. Ho avuto l’opportunità di visitare gli studi dello scultore Vitaliano De Angelis, dei pittori Osvaldo Peruzzi, Bruno Secchi. Diciamo che ho potuto frequentare gli artisti della seconda parte del ‘900. In casa si è sempre respirata la passione per l’arte, il nonno paterno fu a suo tempo responsabile del Comitato Estate Livornese, e quello materno, Luigi Magherini, è sempre stato al centro delle dinamiche artistiche cittadine. Già a cinque anni amavo disegnare. In seguito, anche su consiglio di un amico di famiglia, l’Onorevole Merli, mi iscrissi alla Facoltà di Lettere, dove ho sostenuto diversi esami di storia dell’arte. Mi sono laureato in Storia del Risorgimento con una tesi sull’Illustrazione Italiana. Dopo l’università ho iniziato a frequentare la galleria familiare (la mia è la terza generazione che si occupa dell’attività). Poi sono iniziate anche le pubblicazioni di volumi d’arte. Successivamente sono arrivate collaborazioni importanti come quella con la sede locale della Banca di Credito Cooperativo di Castagneto Carducci, della quale sono il direttore artistico, e la presidenza del Gruppo Labronico che mi onora. Credo di essere il presidente più giovane nella storia di questo sodalizio che nasce nel luglio del 1920, in ricordo dell’amico Mario Puccini deceduto a Firenze nel giugno dello stesso anno. Già nel mese di agosto si realizzò la prima mostra nelle sale dell’Hotel Palazzo. Ho una grossa responsabilità perché si parla di 102 anni di storia con presidenti molto importanti, come Plinio Nomellini, un caposaldo dell’arte italiana del ’900. Abbiamo alle spalle una storia gloriosa, ma non si vive di solo passato. Bisogna guardare alle prospettive della contemporaneità e dare un senso a quest’associazione interfacciandosi e dialogando con le diverse realtà culturali, cercando di promuovere sempre più l’immagine del Gruppo Labronico e di Livorno come una città di artisti che ha peculiarità che la rendono unica nel panorama toscano dell’’800 e ’900. Ha delle caratteristiche e dei valori che ancora i cittadini non hanno compreso fino in fondo. In prospettiva nutro delle ambizioni: è importante lasciare una traccia della nostra esistenza. Mi piacerebbe che la mia presidenza promuovesse un dialogo con la città, aiutando gli artisti, affiancando il fermento che si sviluppa nella costa toscana e promuoverlo anche attraverso il Gruppo Labronico.
Quanto sono importanti la memoria macchiaiola e il solco tracciato da Fattori per il Gruppo Labronico?
Sgarbi a suo tempo scrisse che gli artisti livornesi sono degli anarchici. Il maestro Fattori è un elemento di studio e approfondimento e la base visiva per molti artisti livornesi che però poi hanno cercato una propria autonomia. All’inizio, quando si è formato il sodalizio, si aveva un gruppo coeso anche nelle intenzioni estetiche; andando avanti, e questa è stata la forza del Gruppo, al suo interno sono state ammesse personalità anche molto distanti da quello che era il messaggio fattoriano. Livorno è una città che ha saputo rinnovarsi nell’arte, è stata capace di colloquiare con realtà esterne. Benché non abbiano fatto parte del Gruppo Labronico, autori come Gianfranco Baruchello, Gianfranco Ferroni e Sandro Martini sono andati fuori Livorno e hanno lasciato un’impronta importante.
Come si entra a far parte del Gruppo Labronico?
Il Consiglio fa un vaglio delle proposte culturali del territorio, verifica il curriculum espositivo dell’autore e va a chiedere se è interessato a partecipare al sodalizio. Questo è l’iter per quanto riguarda i soci cultori. Si cerca di creare un ventaglio di proposte che vada a coprire gli stili che sono presenti nel territorio. Non si trova soltanto il figurativo nel Gruppo Labronico, come ha detto il critico Mario Michelucci in occasione dell’ultima mostra, ma ci sono molte altre voci che si affacciano nell’agone del sodalizio.
Negli ultimi anni il dato anagrafico interno al gruppo si è decisamente abbassato. Questo è dipeso dalla volontà di una più articolata proposta estetica?
È importante avvicinare le nuove generazioni. Devo dire che già con la presidenza precedente alla mia, quella di Gianfranco Magonzi, c’era una volontà di cambiamento. Mi sento di dire che la mia età mi impone un processo di rinnovamento che credo fondamentale per la vita di questo Gruppo. Per la prossima mostra che si realizzerà nell’importante Villa Bertelli a Forte dei Marmi ho chiesto un testo introduttivo a Jacopo Suggi, un giovane critico livornese, proprio perché vorrei mettere in dialogo le diverse generazioni che si occupano d’arte, dare delle opportunità di lavoro e di riflessione sulle vicende del Gruppo.
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