[et_pb_section transparent_background= »off » allow_player_pause= »off » inner_shadow= »off » parallax= »off » parallax_method= »on » padding_mobile= »off » make_fullwidth= »off » use_custom_width= »off » width_unit= »off » custom_width_px= »1080px » custom_width_percent= »80% » make_equal= »off » use_custom_gutter= »off » fullwidth= »off » specialty= »off » admin_label= »section » disabled= »off »][et_pb_row make_fullwidth= »off » use_custom_width= »off » width_unit= »off » custom_width_px= »1080px » custom_width_percent= »80% » use_custom_gutter= »off » gutter_width= »3″ padding_mobile= »off » allow_player_pause= »off » parallax= »off » parallax_method= »on » make_equal= »off » column_padding_mobile= »on » parallax_1= »off » parallax_method_1= »on » parallax_2= »off » parallax_method_2= »on » parallax_3= »off » parallax_method_3= »on » parallax_4= »off » parallax_method_4= »on » admin_label= »row » disabled= »off »][et_pb_column type= »4_4″ disabled= »off » parallax= »off » parallax_method= »on » column_padding_mobile= »on »][et_pb_text background_layout= »light » text_orientation= »left » admin_label= »Text » use_border_color= »off » border_style= »solid » disabled= »off »]
Helena e la rondine a primavera
di Francesco Forlani
Per questo numero di Focus In dedicato a Cassino e alla sua guerra ma non solo, abbiamo incontrato Helena Janeczek, autrice delle Rondini di Montecassino, che ci ha offerto uno sguardo nuovo su questa regione e le sue storie. Qui ce ne racconta la genealogia.
Cara Helena, qual è stato il momento fondativo che ha dato avvio al tuo libro Le rondini di Montecassino?
Un giorno vidi un documentario in cui compare l’immagine di un cine-giornale raffigurante, tra la nebbia di guerra, due figure con un turbante. Mi sono subito domandata cosa ci facessero due tipi così a Montecassino. In seguito scoprii che facevano parte della British Indian Army. Nel cimitero militare del Commonwealth sono infatti sepolti molti indiani (che saranno in maggior parte i futuri pakistani), per lo più musulmani, provenienti per la maggior parte dal nord dell’India. La presenza di questi personaggi evidentemente extra-europei in un luogo che io associavo alle imprese polacche mi sbalordì. Sapevo che lì c’era un mio cugino di secondo grado, Dolek Szer, come ufficiale medico, e un’altra persona che invece fu molto importante nella mia infanzia, appartenente ad una famiglia milanese che era stata molto vicina alla mia, che si chiamava Emilio Steinwurzel, e che aveva combattuto in quelle zone. Il mio interesse crebbe fino a portarmi alla ricostruzione della faccenda secondo la mia solita modalità rispetto alla scrittura che si potrebbe ritenere “poco professionale”. In realtà questo poderoso romanzo viene fuori dall’idea di un racconto che avrei dovuto fare per un’antologia sulla Storia d’Italia, ed io avevo scelto un taglio specifico secondo cui la storia italiana doveva incrociarsi con la storia di persone anche non italiane. Mi sono quindi tornate in mente queste suggestioni della battaglia di Montecassino e ho ben pensato che il racconto avrebbe dovuto presentare quattro storie diverse di quattro diversi soldati appartenenti all’esercito alleato, che avevano partecipato a quattro distinte battaglie. Alla fine però, vedendo che era impossibile far entrare tutto ciò in un racconto, ho mandato all’antologia sostanzialmente la primissima parte che racconta di un soldato texano con uno stile cronachistico, un solo piano temporale.
Quando poi ho scelto di inseguire le vicende di questi personaggi maori, mi sono resa conto che la loro provenienza extra-europea particolarmente emblematica mi suggeriva di costruire un romanzo che non fosse semplicemente un romanzo storico che raccontasse la storia di un soldato neozelandese nel 1944. Io volevo in realtà capire che cosa queste presenze in quella zona significassero per sé stesse, che tipo di traccia e di influenza avesse avuto il battaglione maori non solo lì a Cassino, ma anche in Nuova Zelanda. Da quel momento la mia prospettiva è cambiata completamente, e questo libro è diventato più simile a tutti gli altri libri che ho scritto. La ricostruzione e restituzione di memorie, in questo caso, sono state declinate in una sorta di “reinvenzione”. Sono così venute fuori delle storie raccolte nell’ambito delle mie strette conoscenze familiari, come la storia di Irka, unica testimone ancora viva, che racconta del marito Zygmunt, il fratello di Dolek, o la storia di Emilio Steinwurzel, ricostruita e in parte reinventata grazie alle ricerche fatte dal figlio.
Il romanzo è dedicato a tuo padre. Nel tuo percorso narrativo c’è stata sempre invece la forte presenza di tua madre. Mi chiedevo allora quanto unire questa narrazione a lui fosse collegabile al tuo tuffarti in una realtà militare essenzialmente maschile e ad una sorta di volontà di esplorare il mondo visto da questa prospettiva.
Sicuramente questo è un libro “nel nome del padre”, un padre che non ha combattuto. Il testo dunque si interroga esplicitamente su che cosa significasse per mio padre e per molti come lui il fatto di essere nella condizione di dover affrontare la persecuzione senza potersi difendere e poter difendere i propri cari. Il tentativo di salvarsi il più delle volte significava per gli ebrei cercare di nascondersi, rendersi invisibili. Questo rientra nel tema d’indagine relativo al senso di colpa del sopravvissuto, ma declinato al maschile. Quello su cui però mi fermo a riflettere riguarda anche il rapporto di grande amicizia tra mio padre ed Emilio, che invece ha effettivamente combattuto. Si instaura così tra di loro una reciproca idealizzazione, sfumata in definitiva dal fatto che entrambi sono due uomini che si sono aiutati a vicenda, che hanno avuto l’identico destino di chi ha perso tutto ed è stato costretto a rifarsi una vita. Questo tipo di narrazione è dunque un’indagine che esplora quello che ha potuto significare essere stato in guerra e esserlo stato dalla parte giusta, diventando così l’analisi di un dolore che non può essere risanato.
Leggi il resto dell’articolo su Focus In abbonandoti subito QUI!
[/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][et_pb_row make_fullwidth= »off » use_custom_width= »off » width_unit= »off » custom_width_px= »1080px » custom_width_percent= »80% » use_custom_gutter= »off » gutter_width= »3″ padding_mobile= »off » allow_player_pause= »off » parallax= »off » parallax_method= »on » make_equal= »off » column_padding_mobile= »on » parallax_1= »off » parallax_method_1= »on » parallax_2= »off » parallax_method_2= »on » parallax_3= »off » parallax_method_3= »on » parallax_4= »off » parallax_method_4= »on »][et_pb_column type= »4_4″ parallax= »off » parallax_method= »on » column_padding_mobile= »on »][et_pb_text background_layout= »light » text_orientation= »left »]
Helena Janeczek Nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da oltre trent’anni. Ha esordito con una raccolta di poesie, Ins Freie, edita da Suhrkamp nel 1989. Nel 1997 pubblica con Mondadori, Lezioni di tenebra, la sua prima opera di narrativa in italiano. Il libro, oggi disponibile in una nuova edizione per i tipi di Guanda, affronta a partire dall’esperienza autobiografica, il tema della trasmissione di madre in figlia di una memoria tabù segnata dalla deportazione della madre a Auschwitz. Vince il Premio Bagutta Opera Prima e il Premio Berto. Segue Cibo (Mondadori, 2002), mosaico romanzesco di storie che indagano il rapporto, felice o problematico, di donne (e uomini) con il cibo, il corpo e i desideri e le memorie che vi si intrecciano. Nel 2012 è stato ripubblicato Bloody Cow (Il Saggiatore), pamphlet visionario sulla « Mucca Pazza » e tributo a Claire Atkinson, una ragazza inglese vegetariana tra le prime vittime del morbo. Le rondini di Montecassino del 2010 (Guanda) è un romanzo che intreccia fiction e non-fiction, collegando continenti e spaziando tra l’oggi e la battaglia del ‘44, per scandagliare il portato e il lascito della Seconda Guerra Mondiale attraverso le storie dei reduci e dei loro discendenti. Con quest’opera, l’autrice ha vinto il Premio Napoli, il Premio Pisa e il Premio Sandro Onofri. La ragazza con la Leica (Guanda, 2017) è il romanzo con cui ha vinto il Premio Strega. Helena Janeczek è cofondatrice del blog letterario Nazione Indiana. Ha collaborato con Nuovi Argomenti, Alfabeta2 e Lo Straniero e scritto per giornali come La Repubblica, L’Unità, il Sole 24Ore e Pagina 99. |
[/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]