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I Travaglini

Esempi di teatro politico a Palermo

di Cocò Gulotta

Ci fu un tempo, nella storia di Palermo del ‘900, in cui il Teatro satirico riuscì, perfettamente, ad assumere una valenza pedagogica e politica ritagliandosi, nella società di quegli anni, un ruolo attivo e dalle sfumature persino rivoluzionarie. Questo vitale e prolifico periodo ebbe il suo apice tra gli anni ‘70 e ‘80 con l’esperienza del “Teatro dei Travaglini”. Quando si parla di quella stagione, e se ne parla troppo poco, il ricordo si riduce alla denominazione “Teatro popolare di Palermo”, trascurandone proprio il valore politico e sociale che ne fu essenziale. Si può dire che tutto cominciò qualche decennio prima, durante il Regime fascista, quando un tale Peppe Schiera (1848-1943) scuoteva, con le sue invettive rimate e i suoi versetti beffardi, le coscienze dei palermitani più sensibili e frustrati. Schiera, che si autodefiniva a fabbrica d’u pitìttu (la fabbrica della fame), fu un vero poeta comico e ribelle, misterioso e affascinante che esercitò il suo “mestieraccio irriverente” per lo più per strada, durante la Seconda Guerra Mondiale. Recitava, imbrattando di irresistibili e caustiche vernici satiriche in rima baciata, le prepotenze e le assurdità del Regime guadagnandosi, così, un seguito solidale e appassionato.

Ciononostante sopravvisse alle manganellate e all’olio di ricino degli Squadristi, ma gli toccò di morire, povero e affamato, sotto le bombe del ‘43. Venne poi il tempo della ricostruzione e Palermo, martoriata e sanguinante, fu facile preda del cinismo speculativo della Mafia. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta la malavita organizzata rimise in piedi la città in modo barbaro e impietoso col cosiddetto “Sacco di Palermo”, un boom edilizio che ne stravolse la fisionomia architettonica: a volte nell’arco di una sola notte venivano distrutte meravigliose ville in stile Liberty per far posto ad orrendi palazzoni color melanzana. Le cosche mafiose si insinuavano nel tessuto sociale seminando soggezione e paura e si cominciarono a contare i primi cadaveri eccellenti. I Corleonesi di Totò Riina & co. cominciavano ad affermare col sangue il proprio predominio e Palermo sprofondava nel baratro dell’illegalità e del terrore. Peppe Schiera avrebbe avuto parecchio da fare nel raccontare a suo modo il disagio e la sofferenza della gente “buona” della Città, ma Peppe Schiera non c’era più. Toccava agli attori, ai guitti delle nuove generazioni raccoglierne l’eredità. E così avvenne. A nutrire di idee, contenuti (ma anche solo di pane, panelle e crocchè) a questi “pupi”  senza fili, espressione dell’energia buffonesca popolare, si allinearono giornalisti, intellettuali e poeti di grandissimo spessore. C’è da dire che in quegli anni, dal quotidiano L’ora (dal ‘54 al ‘75, diretto dall’illuminatissimo Vittorio Nisticò) si lanciavano i primi strali roventi contro il sistema delinquenziale organizzato e, nelle sue pagine, compariva per la prima volta, coraggiosamente, la parola MAFIA. E contro la Mafia, fra gli altri, scrivevano gli Sciascia, i Guttuso e i Salvo Licata. Quest’ultimo, in particolare, intuì che era quello il momento di ridare “armi al popolo” alla maniera del giullare Schiera e, così, si mise a scrivere per il teatro, in dialetto, attingendo dalla tradizione orale dell’Improvvisa siciliana, dai canti e le pantomime e dalle storie dei quartieri popolari, dai testi dell’antropologo Giuseppe Pitrè e di Giuseppe Cocchiara. Aveva una voglia irrefrenabile di attaccare le barbarie mafiose, il malaffare e la corruzione con le lupàre dell’ironia e dello sberleffo. 

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Cocò Gulotta è un attore, cantante, regista e autore di Palermo. Profondo conoscitore del teatro della sua città, in particolare dagli anni Settanta in poi, negli anni Ottanta e Novanta è stato uno dei protagonisti  della scena cabarettistica palermitana col mitico gruppo Le ascelle,  fondato insieme a Luigi e Martino Lo Cascio e Aldo Siragusa. 

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