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Il conflitto e la contraddizione

La Roma di Goliarda Sapienza

di Arianna Caringi

Roma non è stata per Goliarda Sapienza una patria d’adozione, o almeno non in senso classico. Il conflitto che la scrittrice siciliana ebbe con questa città riflette in realtà il conflitto intrattenuto con il “mondo reale”, quel mondo che fa da paratesto alla sua letteratura: il cinema, i circoli letterari e suoi scrittori, la cultura ufficiale, l’editoria. Sapienza lasciò la sua isola alla ricerca della libertà, di un’istruzione artistica adeguata, di una comprensione e di un’affinità di spiriti. Vi trovò invece l’imposizione di una ferrea disciplina, la guerra e la resistenza, l’incomprensione, la diffidenza, il carcere. E non solo.

Roma non fu mai veramente protagonista dei suoi scritti. Essa appare sempre come sfondo di contrasto, come una culla poco indulgente che rassicura e, il momento dopo, percuote. La vera città-personaggio della sua opera è senz’altro Catania, se è vero quello che, come afferma Calvino, il solo ambiente che non si può respingere o nascondere è il paesaggio natale o familiare. Roma non fu mai “familiare” per la scrittrice. Ciononostante Sapienza vi trascorse la maggior parte della sua vita. Probabilmente perché questo era il luogo in cui esercitare al meglio la sua tendenza alla “contraddizione”, quell’ambivalenza che nutre la vita di tutti noi. Il suo progetto letterario (e non solo) che intendeva costruire il ciclo autobiografico Le certezze del dubbio (che diventerà, più tardi, Autobiografia delle contraddizioni), era volto proprio ad afferrare “più le contraddizioni che le coerenze”: “Coerenza”, scrive nei suoi taccuini nel 1989, “parola utopica a tutto tondo che già negli anni Quaranta e Cinquanta rappresentava una delle tante bugie ideologiche o certezze dogmatiche in nome delle quali innumerevoli lutti, crimini e dolori hanno potuto essere perpetrati impunemente.”

Goliarda Sapienza arriva a Roma all’età di sedici anni, nel 1941, lasciando per sempre Catania, in cui era nata nel maggio 1924 di non si sa quale giorno: i genitori, socialisti impegnati nella lotta comune, dimenticarono di registrare la bambina all’anagrafe al momento della sua nascita (orientativamente questa è stata fissata al 10 di maggio). Nel treno che la trascinò, ancora sporca di sabbia e di sole, nella formicolante capitale italiana, c’era al suo fianco Maria Giudice, sua madre. Questa fu sempre in continua corrispondenza con il padre di Goliarda, Peppino Sapienza, il quale le raggiungeva spesso per gestire e partecipare a quelle rare ma possenti forme di resistenza romana.

La futura scrittrice era, al momento del suo trasferimento, un’aspirante attrice teatrale. Ammessa con una borsa di studio all’Accademia d’arte drammatica, inizierà in realtà a frequentare le lezioni una volta passato l’esame di dizione. Avendo superato brillantemente la prova di recitazione, dovette dunque prima sradicare dentro di sé l’incontrovertibile sapore siciliano del suo discorso. E già Roma (certo, attraverso l’Accademia e l’esercizio del mestiere attoriale) le chiedeva di rimuovere chirurgicamente i suoni che le erano sempre appartenuti: “Non sapevo che c’era un accento buono e uno brutto, ma lì eravamo all’estero e per loro, quelle ‘o’ sdolcinate e protratte in lunghezza, come in una coda di sospiro languirono, quelle ‘e’ aperte che aprivano la bocca a mostrare tutto senza ritegno, era l’accento buono e dovevo piegare le mie mascelle e le mie labbra a quei suoni impudichi che non conoscevo negli uomini.” (Il filo di mezzogiorno, La Nave di Teseo, 2019). Si ritrovava, la sera, nell’appartamento umido e buio nei pressi della stazione Termini, dove alloggiava con la madre, ad esercitare la mascella a spalancarsi e a piegarsi in un modo per lei già innaturale. Viene infine ammessa ufficialmente.

Tuttavia, la fama dei suoi genitori la costringe a ritirarsi dalle lezioni. Quando la polizia politica viene a cercarla in Accademia, Sapienza viene convocata dal direttore Silvio d’Amico che, promettendole la promozione al terzo anno, la spinge a ritirarsi in un luogo in cui non potesse essere trovata. Si rifugia quindi nel convento di suore del Sacro Cuore, in via Gaeta, in pieno centro romano. La sua attività di resistente la vede tra i membri della Brigata Vespri, diretta dal padre Peppino. Sapienza vi figura con il nome di Ester Caggegi, una madre in cerca di cibo che in realtà si sposta freneticamente per la città nascondendo nella borsa della spesa volantini e giornali clandestini.

La città, nei primi anni che Goliarda Sapienza vi abitò, si rifletteva in lei tra eccessi di meraviglia, di sgomento e di paura. E anche l’amore fece capolino in questa “folla da incubo”, in una Roma “lussureggiante di fervore”. La relazione con Citto Maselli, all’epoca responsabile del reparto cultura del PCI e promettente regista, la catapulta così nell’ambiente cinematografico romano e nei circoli intellettuali più importanti. In quel periodo, scrisse Sapienza più tardi, nel 1990, “il cinema si nascondeva a Roma nei posti più impensabili”, e lei stessa si ritrovò a partecipare in prima persona a quelli che diventeranno i più importanti capolavori cinematografici italiani. Il loro appartamento di via Denza diventa così un salotto animato e pullulante di scrittori, poeti, critici e ancora attori, registi e sceneggiatori. Ma nonostante questa posizione indubbiamente privilegiata, Sapienza non fu mai accettata dall’entourage di Maselli a causa della sua caparbia e del suo tenace rifiuto allo schieramento politico, all’omologazione e completa adesione a qualsiasi partito, a qualsiasi bandiera. Gli intellettuali romani vedevano nella sua tensione alla scrittura un ripiegamento borghese, determinato ai loro occhi da uno scollamento nei confronti delle costrizioni cui l’ambiente del PCI volevano costringerla. E dal momento che in quel periodo la letteratura, il cinema, la musica e le arti visive erano col PCI, Sapienza si ritrovava circondata solo da avversari che tentavano di soffocare i suoi impulsi letterari. Non fu sufficiente l’appoggio dell’amico Attilio Bertolucci né l’intercessione di questi presso Anna Banti e Roberto Longhi, i quali lessero ed esaminarono quel primo germoglio di esercizio letterario che fu la raccolta poetica Ancestrale. Garboli stesso confessò di non comprendere gli aspri versi della raccolta, che si presentavano come arbusti secchi sulla pagina, come “frutto di morte”. Fu infatti proprio la morte dell’importante figura materna a far scattare la molla nascosta nell’animo di Goliarda. Anzi, più che una molla, fu un vero e proprio rubinetto che si aprì. Ma l’ambiente romano continuava a contrastarla. Dopo i primi due romanzi pubblicati (uno nel 1963 e l’altro nel 1967), il silenzio si accumula intorno alla sua vocazione di scrittrice, professione per la quale aveva ormai abbandonato definitivamente il cinema.

In questo ultimo periodo romano, i fatti della sua vita sembrano sgretolarsi lentamente ma inesorabilmente, fino all’incarcerazione a Rebibbia, nel 1983. Questa però, assolutamente volontaria (Sapienza rubò dei gioielli ad una sua amica spolverando di tracce di sé tutto il misfatto) le fu senz’altro utile e benigna: rovistando nei cassetti più remoti della città e della sua società, tra le celle del carcere, la scrittrice ritrovò non tanto quel famoso genius loci perduto, quanto il suo avversario, quel contrasto che permette di riconoscere la realtà delle cose. L’esperienza di Rebibbia la cambiò per sempre, e una volta uscita non farà che cercare per tutta la città il calore e la cruda verità (ma almeno verità) di quel ventre materno perduto.

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