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La coda dell’occhio
di Effeffe
Davanti agli elefanti è il titolo del suo atelier. Dalle due Torri verso le Porte della città, Bologna, ti imbatti nel palazzo Fantuzzi, detto degli elefanti per via degli stemmi sulla facciata. A noi piace pensare invece al gesto di fare barriera, di mettersi davanti ai pachidermi per evitare che entrino in cristalleria. Certo, i suoi sono monili parlanti e non moniti, a fare di sé mostra tra le vetrine e i ripiani; accessori di moda, lampade, specchi, paraventi accomunati dal fatto di essere pièces uniques. Le creazioni di Susanna Corrado, artista formatasi all’Accademia delle Belle Arti e dagli anni novanta protagonista nonché fondatrice dell’Officina Indigena (cui collabora anche un’altra artista bolognese, Laura Ranuzzi), tra le prime a interrogarsi sull’arte di recupero e ready made applicati alla moda. I suoi lavori hanno trovato eco su riviste come Casa Vogue, Elle Decor, Tomorrow. In questo numero di Focus in dedicato alla battaglia degli sguardi in epoca Covid abbiamo chiesto a Susanna di prestarci i suoi Colpi d’occhio, per la nostra galleria e di dedicarci un po’ del suo tempo per una breve intervista.
Cominciamo dal tuo atelier.
Mi piacciono le cose uniche. Nel mio atelier Davanti agli Elefanti realizzo monili e complementi d’arredo che sono pezzi unici, mi piacciono le cose irripetibili, forse è anche per questo che mi sono appassionata alla fotografia, è un momento unico da cogliere, e agli occhi, che sono come dei pianeti (lo ricorda anche la forma) tra tante stelle unici, irripetibili (quando va bene).
A proposito, come è nato questo tuo progetto del colpo d’occhio? Mi ha sempre intrigato questa relazione stretta tra macchina e uomo/donna. Il diaframma che regola la luce dell’apparecchio e nel corpo il respiro. Una metamorfosi che ricorre in epoca Covid, dove, con l’obbligo delle mascherine, la terra degli occhi è l’unica ad essere inviolata. A proposito della flânerie e nel modo in cui guardiamo le cose, Walter Benjamin aveva scritto che in fondo siamo noi a farci vedere dalle cose. In una foto sembra scorgerci nella pupilla la cosa vista, cioè noi che guardiamo la foto.
In fondo siamo noi a farci vedere dalle cose, questa la sento molto mia. Ho pensato di fotografare gli occhi perché mi basta poco (un solo occhio) per sapere molto di più. Un solo colpo d’occhio per intuire il pensiero e l’essenza di una persona perché noi vediamo ciò che pensiamo e pensiamo ciò che vediamo, cosa che si riflette immancabilmente nello sguardo delle persone.
In alcune foto ci sono medaglioni con le facce di Fornasetti, un artista che amiamo molto a Focus in. Nelle tue immagini si vede il colpo d’occhio come in un gioco di specchi.
Amo molto Fornasetti. Per quanto riguarda il gioco di specchi hai ragione, c’è sempre qualcosa di mio nello sguardo di chi fotografo. Ho iniziato a fotografare occhi per un cambio di prospettiva nella mia vita, un desiderio di eliminare il superfluo. Come ti dicevo, mi basta poco ma voglio sapere tanto. Fotografare un occhio vuol dire entrare con una specie di sonda nel cervello di un essere vivente, nel nostro sguardo c’è qualcosa che non parla con le parole, emerge Pan, qualcosa di misterioso, istintivo, tenero, crudele, erotico, improvviso il più delle volte.
C’è una sensualità di fondo nell’occhio come Man Ray, ma anche il grande cinema muto aveva ben intuito. Un battito di ciglia può essere estremamente erotico.
C’è nell’occhio, tra le altre cose, una carica erotica molto potente. Proprio perché noi vediamo ciò che pensiamo e pensiamo ciò che vediamo, questo immancabilmente si riflette nel nostro sguardo, e posso aggiungere che il fatto di avere occhi per vedere non implica di saper vedere, infatti in certi occhi non trovi nulla. Non trovi nulla perché probabilmente non pensano nulla.
Forse per questo qui in Francia invece di dire “hai capito” in una conversazione, son soliti ripetere tu vois, vedi.
Non vediamo perché abbiamo gli occhi ma abbiamo gli occhi per vedere. E questo nella fotografia e in qualsiasi altra arte, a mio parere, è fondamentale. E c’è sempre qualcuno a cui vuoi parlare, c’è qualcosa che vuoi narrare, anche questo è fondamentale. Se è cosi poi le cose ti vengono a cercare, le trovi, si fanno trovare. È per questo che mi sono riavvicinata alla fotografia, per una esigenza, ho sentito che le parole, per come sono fatta io (male 🙂 non potevano.
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