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La vie est ailleurs

di Arianna Caringi

©Patrizia Posillipo, Carp

Il Forum delle Associazioni franco-italiane organizzato da Italia in Rete e Focus In celebra ogni anno a Parigi la rievocazione di un «altrove», quello italiano. Si è a Parigi con il corpo, ma proiettati in una dimensione altra che non è semplicemente l’Italia, ma quell’idea di «altrove italiano» che ogni partecipante porta con sé. Quest’anno le circostanze hanno ridistribuito ed intensificato le energie creatrici del Forum, ed è nata questa creatura che da quasi fiabesca, immaginaria all’inizio, si è realizzata nel non-luogo della virtualità. Si è fatto, appunto, come chiaramente racconta il titolo del Forum, di necessità virtù…ale.

La vita è altrove, rubrica letteraria trasmessa nei due giorni gonfi di eventi, tra il 20 e il 21 giugno, è stata un’analisi fredda, sognante, spassionata, che ha raccolto sei scrittori intorno ad una riflessione geografica ed esistenziale, affettiva ed artistica, comunque molto umana.

Gli interventi, moderati da Malvina Cagna, della libreria Trebisonda di Torino, sono stati realizzati da Helena Janeczek e Lisa Ginzburg, Laura Pugno e Andrea Inglese, Francesco Forlani e Giuseppe Schillaci.

Cos’è l’altrove?

Difficile definire un concetto come quello dell’altrove e della sua natura. Sicuramente l’imposizione di restare confinati in uno stesso luogo per così tanto tempo ci ha spinti ad interrogarci sul concetto dello spazio. La prima definizione di altrove che ha preso forma è stata suggerita da Malvina Cagna, che ha dichiarato di aver trovato il suo primo altrove nei libri. I libri contengono effettivamente «un linguaggio astratto e simbolico evocante una presenza in assenza», riflette Helena Janeczek, e forse ci hanno aiutato ad accettare questo surrogato che sono gli incontri digitali come «qualcosa che ci ricorda che non esistiamo solo su uno schermo o nella parola stampata, ma che siamo corpi e vite, e che in questi è radicato ciò che di più conta per le nostre esistenze.» I libri ci permettono di entrare ed uscire in un altrove che è una sorta di «dimensione simbolica e mediata», continua la Janeczek, che tuttavia non perde di vista la vita vera, se è vero che, come ci ha suggerito nel corso di questi dialoghi Giuseppe Schillaci, «la narrazione arriva dopo la vita.» Viene creato dunque, nella fluidità del discorso, questo parallelismo tra un media antico come il libro e il più moderno di tutti, il media digitale, entrambi capaci di traghettare verso uno spazio che non esiste ma che allo stesso tempo è in grado di ospitarci.

Laura Pugno invece estende il concetto di libro a quello di letteratura, «intesa nel senso di andare oltre, verso qualcosa che non conosciamo ancora». La letteratura conserva sempre la capacità di accompagnare il corso del tempo e farlo scivolare verso una direzione spesso sconosciuta, soprattutto perché, continua Laura Pugno, «nonostante il rapporto tra letteratura e vita sia molto complesso, i due territori riverberano l’uno nell’altro». Lo scrittore si pone a questo punto come «sensore» del proprio tempo, intercedendo in qualche modo rispetto «alla domanda di un ipotetico altrove.» Ma qual è l’altrove cui va incontro la letteratura oggi? Anche se è difficile a dirsi, come è giusto che sia, il destino di questa nostra letteratura sembra doversi svincolare dalla preoccupazione di fornire esclusivamente un conforto al suo lettore, suggerisce a questo punto Andrea Inglese. La società immagina ormai il lettore come «una creatura distrutta che non riesce a conservare il desiderio di avventura, di cambiamento, ma che cova in realtà solo il bisogno di essere confortata.» La situazione attuale ci ha dimostrato che nella costrizione di regole nuove e stressanti, la letteratura difficilmente apre le sue porte agli spiriti inquieti ed incapaci di concentrarsi con tranquillità. Bisogna forse chiedersi allora se la letteratura non sia invece il campo in cui costruire quell’altrove auspicato, in cui realizzare l’avventura e il cambiamento di cui il lettore, che è l’uomo che vive, ha veramente bisogno.

Oltre che nel contenuto, la letteratura può trovare il suo altrove in un’altra forma artistica, come suggerisce Francesco Forlani, che si definisce, insieme al suo interlocutore Giuseppe Schillaci, un «nomade» in continuo movimento tra le lettere, il teatro, il cinema. Schillaci da parte sua vede la letteratura come un altrove in quanto possibilità di fuga dalla realtà. Più volte anzi nel corso del dialogo l’ha definita «esilio», per sottolineare quel senso di esclusione rispetto alla materialità, l’accesso ad una dimensione altra rispetto al mondo e, forse, a sé stessi. Al contrario, trova nella forma artistica del cinema-documentario, un modo per esplicare quella voglia di essere completamente immerso nella realtà, esserne testimone e partecipe. Nella sua ininterrotta metamorfosi, il concetto di letteratura diventa invece nei romanzi di Francesco Forlani, osserva sempre Schillaci, la realizzazione di quella possibilità di trovare «dei punti di accesso tra l’alienazione, l’esilio», cioè l’altrove immaginario, «e la realtà, la quotidianità intesa non solo come abitudine ma come vero accesso al qui e ora. Un sistema in perenne cortocircuito nello sforzo di cercare sempre qualcosa di diverso, una catarsi o elevazione che tende al racconto.»

E ancora, l’altrove da letteratura diviene sogno, certo turbato in questo periodo, come «il sogno del prigioniero freudiano la cui anima vola via dalla cella», suggerisce Forlani. Lo scrittore si chiede come sia cambiato questo altrove onirico dal momento che, durante il periodo di quarantena, avendo ridotto il giorno a poche azioni, a rarissimi incontri, la nostra mente non aveva la possibilità di assorbire impulsi esterni e rielaborarli nel proprio inconscio. Ecco che ogni cosa diventa dunque preziosa, ed il contenuto sconosciuto della nostra incoscienza viene recuperato, di notte in notte, e riciclato nello scorrere del tempo. L’altrove è un impasto di sé stesso, di tutti gli elementi che lo compongono, e non sembra più detenere quella caratteristica immanente della «lontananza», almeno non più in termini esclusivi di spazio. «Prima dell’irruzione della pandemia si viaggiava anche troppo, con un senso delle dimensioni mutato radicalmente dai viaggi low cost in aereo, dai treni super rapidi che danno la sensazione di accorciare notevolmente a distanza e mutarne la percezione», osserva Helena Janeczek, e Lisa Ginzburg, sua interlocutrice, aggiunge che l’apertura verso il mondo, l’«inquietudine geografica» che ci accomuna, ha completamente cambiato colore. «Bisogna ridisegnare», continua, «il modo di approcciarci al mondo materiale attraverso una diversa posizione interiore». L’essere «transitorio» dell’uomo moderno, che traeva nutrimento dalla possibilità di spostarsi di continuo, «dovrà ora trarre linfa da altro che non sia una sorta di pretesa forza ipercinetica». Il nomadismo in quanto struttura mentale che tende impulsivamente all’altrove, dimenticandosi dello spazio (fisico e mentale) circostante, si trova a scontrarsi con l’imposizione dell’immobilità. In risposta, secondo la Janeczek, questa condizione porta inevitabilmente a doversi chiedere cosa significa «doversi fermare»: «significa veder riapparire tutta una serie di cose su cui, senza particolare intenzione di fuggire, non si ha mai avuto il tempo di riflettere. La nostra vita è stata congegnata in un modo per cui manca materialmente il tempo per elaborare la nostra vita non nel senso esclusivo di ‘riflessione’ ma anche di ‘vissuto’.»

Dov’è l’altrove?

«Si tratta di ridisegnare il nostro essere in uno specifico punto del mondo. Questo punto però risulta essere in questo caso camera nostra. Siamo conficcati nel nostro spazio privato e obbligati a doverlo amare come nostra dimora totale», suggerisce Lisa Ginzburg. In un momento in cui il significato di spazio va stratificandosi sempre di più nel suo significato, dove immaginiamo il nostro altrove? Andrea Inglese ricorda la citazione di T.S. Eliot «And where you are is where you are not», dove siete è dove non siete, confondendo così l’altrove in una dicotomia tra l’altrove in cui tendiamo a proiettarci e l’altro che in realtà abitiamo già. Laura Pugno infatti, risponde con un’altra citazione di Eliot che dice «Home is where you start from», la casa è il luogo da cui partire: qualsiasi altrove conterrebbe in modo immanente il posto primigenio, quello da cui veniamo al mondo e a cui apparteniamo. Per cui forse dovremmo accogliere il suggerimento di Francesco Forlani e fare di questa poetica della casa un’«appartenenza», nel senso inteso da Gaston Bachelard per cui «l’immagine della casa pare diventare la topografia del nostro essere intimo.» («Non solo i nostri ricordi, ma anche le nostre dimenticanze sono ‘alloggiate’, il nostro inconscio è ‘alloggiato’, la nostra anima è una dimora e, ricordandoci delle ‘case’ e delle ‘camere’, noi impariamo a ‘dimorare’ in noi stessi.» Reimparare lo spazio per imparare a conoscerci diversi in esso.

Leggi il resto dell’articolo sul nuovo numero di Focus In.  

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Giuseppe Schillaci

È nato a Palermo e vive a Parigi, dove lavora come autore e regista cinematografico. Nel 2010 pubblica il suo romanzo d’esordio, L’anno delle ceneri (Nutrimenti Edizioni), candidato al Premio Strega 2010 e finalista al Premio John Fante 2011. Nel 2015 pubblica il suo secondo romanzo L’età definitiva (Liberaria Edizioni).  Schillaci è redattore del litblog Nazione Indiana, alcuni suoi racconti sono tradotti in portoghese e pubblicati in Brasile da Mundo Mundano. Partecipa alle riviste letterarie francesi Revue Litteraire (Leo Scheer Editions) e Atelier du Roman (Flammarion) e alla rivista canadese Les Ecrits.

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Francesco Forlani

Vive a Parigi. Scrittore traduttore e agitatore culturale. È stato direttore artistico del magazine Paso Doble e della rinata rivista Sud. È redattore di Nazione Indiana. Tra le sue opere pubblicate, in italiano e in francese, Métromorphoses, Autoreverse, Parigi senza passare dal via, Manifesto del Comunista Dandy, Peli, Penultimi, e ha appena pubblicato per Léo Scheer, Par-delà la forêt. Numerosi spettacoli teatrali rappresentati in Italia e in Francia come autore e interprete tra cui Patrioka, Cave Canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, e con Sergio Trapani Miss  Take portata in scena all’Istituto di cultura di Parigi nel 2018.

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Laura Pugno

Laura Pugno è autrice di poesia, prosa, saggi e testi teatrali. Tra gli ultimi libri, i romanzi La metà di bosco e La ragazza selvaggia, Marsilio 2018 e 2016; il saggio In territorio selvaggio, Nottetempo 2018, e le raccolte di poesia L’alea Perrone 2019, e I legni, Pordenonelegge 2018. Dal 2015 dirige l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid. Nel 2020 pubblica in Francia il suo primo romanzo, Sirene (Marsilio 2017, Einaudi 2007) per Editions Inculte, col titolo Sirènes, e la traduzione di Marine Aubry Morici.

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Helena Janeczek

Helena Janeczek è nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da trentacinque anni. Dopo aver esordito con un libro di poesie presso la casa editrice Suhrkamp di Francoforte, ha scelto l’italiano come lingua letteraria per opere di narrativa che spesso indagano il rapporto con la memoria storica del secolo passato. È autrice di Lezioni di tenebra (Mondadori,1997; Guanda 2011), Cibo (Mondadori 2002, Guanda 2010), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010) tradotti in diverse lingue. Il suo ultimo romanzo, La ragazza con la Leica (Guanda 2017), finalista del Premio Campiello e vincitore del Premio Bagutta e del Premio Strega 2018, è stato acquisito molti editori stranieri. In Francia i suoi romanzi sono tutti pubblicati da Actes Sud.

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Lisa Ginzburg

Lisa Ginzburg vive a Parigi dove è stata Direttrice di cultura della Unione latina. Desiderava la bufera (Feltrinelli 2002), e Per amore (Marsilio 2016, Au pays qui te ressemble, Verdier 2019) i romanzi, Colpi d’ala (Feltrinelli 2006, Premio Teramo 2007) e Spietati i mansueti (Gaffi 2016, Premio Renato Fucini 2017) le raccolte di racconti. Buongiorno mezzanotte, torno a casa (Italo Svevo 2017) e Pura invenzione. Dodici variazioni su Frankenstein di Mary Shelley (Marsilio 2018). Il suo nuovo romanzo Cara Pace è appena stato pubblicato da Ponte alle Grazie. Collabora con Avvenire e Nazione indiana.

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Andrea Inglese

Originario di Milano, vive nei dintorni di Parigi. È scrittore e traduttore. Ha pubblicato libri di poesia, saggi e prose. Tra le ultime pubblicazioni, il romanzo Parigi è un desiderio (Ponte Alle Grazie, 2016), il libro di prose Ollivud (Prufrock spa, 2018) e la raccolta di saggi militanti La civiltà idiota (Valigie Rosse, 2018). Nel 2020, per le edizioni art&fiction, è uscito Mes Adieux à Andromède nella traduzione di E. Del Giudice. È stato redattore della rivista e del sito Alfabeta2 ed è uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana.

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