Intervista all’artista Marco Marchiani, in arte Mavilla
a cura di Sirio la Pietra
Quando hai scelto di diventare un pittore?
Com’era questo istituto?
Ci racconti l’esperienza militare?
Per quanto questa sia stata un obbligo o, per meglio dire, una forzatura, imparai moltissimo da quell’esperienza. Fu una doppia forzatura per me se pensi che quello stesso anno vinsi il concorso per la cattedra di disegno dal vero all’istituto. Era la materia che preferivo ma dovetti rinunciare. Risiedevo in una caserma a Trapani e mi resi subito conto di trovarmi in un ambiente completamente diverso da quello in cui avevo vissuto prima di allora. Mi resi conto in quell’ambiente del grave problema di analfabetismo che viveva l’Italia in quel periodo – parliamo del 1963 – c’erano ragazzi provenienti dal profondo nord, dalle campagne piemontesi dall’alta Lombardia e altri dal profondo sud, dalla Sicilia, dalla Calabria. Alcuni di questi ragazzi non erano abituati a mangiare tre volte al giorno e quasi tutti non sapevano né leggere né scrivere a 21 anni. Capisci che era davvero complicato visto che l’unico modo di sentire le persone care, famiglie, mogli e fidanzate era scambiarsi lettere. Mi resi utile e scrissi lettere d’amore a moltissime fidanzate dei miei compagni, alle loro famiglie e imparai nuove espressioni dialettali che prima non conoscevo mentre i ragazzi lì, all’interno della caserma, frequentavano per la prima volta la scuola elementare.
Cosa cerchi di raccontare quando dipingi?
Cerco di capire il rapporto che c’è tra lo spazio e il tempo, di quanto sia autentica la relazione che c’è tra la realtà empirica e la memoria che la ricrea. Più che di raccontare cerco di dubitare quando dipingo.
Nelle tue opere si vedono spesso materiali insoliti e colori molto lavorati. Quanto è importante il materiale nel tuo lavoro?
Ho un rapporto profondo con la materia ma non solo per quanto riguarda la pittura, credo sia un modo di vedere la realtà; sono rimasto colpito dalla lezione del filosofo Anassimandro che migliaia di anni fa sosteneva l’idea, che diviene sempre più attuale, secondo cui tutte le parti dell’universo sarebbero varianti di un’unica sostanza, dunque considero la materia non solo come uno strumento per produrre un’opera ma, in qualche modo, essa stessa l’opera. Il rapporto che ho con i materiali è qualcosa che per me si arricchisce ogni volta, nelle mie opere uso i materiali più diversi e do molta importanza alla preparazione del colore che ho in mente, a volte sono i colori stessi a suggerirmi le pennellate, mi capita di usare anche catrame, corda e spago nelle sculture anche se non mi considero uno scultore.
Come mai?
Siamo spesso portati a chiamare scultura tutto quello che vediamo in forma tridimensionale, io mi considero comunque un pittore anche quando faccio quella che è chiamata scultura. La pittura non è solo una tecnica, un mezzo, ma è una maniera di fare esperienza con l’oggetto. Ritengo che la pittura, per come la vedo io, sia qualcosa che è distaccato dall’oggetto in sé mentre credo la scultura abbia a che fare di più con la presenza dell’oggetto.
Nelle tue opere è possibile vedere raggruppate molte delle avanguardie della prima metà del novecento, dai russi, al cubismo, la metafisica fino al futurismo.
È vero, credo che il mio gusto estetico sia stato influenzato dai grandi maestri del ‘900 come Boccioni, Picasso, Malevic, De Chirico e lo scrittore Alberto Savinio, a questi però aggiungerei anche i maestri fiorentini rinascimentali che hanno equipaggiato il mio bagaglio visivo durante la mia formazione. Per quanto si possa cogliere, nei miei quadri, un riferimento che sia di stile e di atmosfera questi mischiati mescolati insieme credo che costituiscano qualcosa di nuovo e di personale. È una bugia che si inventa: non si inventa nulla ognuno viene guidato da quello che già c’è che poi riadatta secondo le proprie idee.
Si percepisce immediatamente nei tuoi quadri una certa oggettività del fare arte, una capacità e un’intelligenza nell’aver appreso perfettamente il linguaggio dell’arte. Quanto, della soggettività di un’artista, viene sacrificato in virtù della comunicazione al pubblico? Fare arte per te è un gesto liberatorio o uno strumento di comunicazione?