D’un tratto birbante e onesta

Sono nata a Livorno nel 1983, da mamma livornese e babbo di Roccastrada, provincia di Grosseto, però i miei nonni paterni erano di Camporeale

[et_pb_section transparent_background= »off » allow_player_pause= »off » inner_shadow= »off » parallax= »off » parallax_method= »on » padding_mobile= »off » make_fullwidth= »off » use_custom_width= »off » width_unit= »off » custom_width_px= »1080px » custom_width_percent= »80% » make_equal= »off » use_custom_gutter= »off » fullwidth= »off » specialty= »off » admin_label= »section » disabled= »off »][et_pb_row make_fullwidth= »off » use_custom_width= »off » width_unit= »off » custom_width_px= »1080px » custom_width_percent= »80% » use_custom_gutter= »off » gutter_width= »3″ padding_mobile= »off » allow_player_pause= »off » parallax= »off » parallax_method= »on » make_equal= »off » column_padding_mobile= »on » parallax_1= »off » parallax_method_1= »on » parallax_2= »off » parallax_method_2= »on » parallax_3= »off » parallax_method_3= »on » parallax_4= »off » parallax_method_4= »on » admin_label= »row » disabled= »off »][et_pb_column type= »4_4″ disabled= »off » parallax= »off » parallax_method= »on » column_padding_mobile= »on »][et_pb_text background_layout= »light » text_orientation= »left » admin_label= »Text » use_border_color= »off » border_style= »solid » disabled= »off »]

D’un tratto birbante e onesta

Intervista a Valentina Restivo

testo e foto di Serafino Fasulo

Ho conosciuto Valentina Restivo nel 2003, anno in cui, con il mio amico Raffaele Gaimari, avevo appena iniziato un’avventura che per dieci anni si sarebbe chiamata Kino-Dessé, una monosala livornese dove abbiamo proiettato esclusivamente film d’autore attraverso retrospettive e prime visioni. Tra gli autori più amati c’era e c’è Pier Paolo Pasolini; Valentina, che con noi condivideva questa passione, ci propose una serie di lavori realizzati in bianco e nero, partendo dai fotogrammi di Salò o le 120 giornate di Sodoma. Li trovammo bellissimi e fu l’inizio di un’attività espositiva collaterale a quella cinematografica, oltre che l’inizio dell’amicizia con Valentina che tutt’ora dura e che, grazie a Pasolini, ci mette in relazione con Parigi e con Tour de Babel, la libreria del Marais dove ho incontrato altri amici, tappa privilegiata delle mie frequenti visite nella capitale francese.

Livorno è una città multietnica, il cognome Restivo quale origine ha?

Sono nata a Livorno nel 1983, da mamma livornese e babbo di Roccastrada, provincia di Grosseto, però i miei nonni paterni erano di Camporeale in provincia di Palermo, entroterra siciliano. Siamo in Toscana dagli anni ’50. I miei nonni andarono prima a Grosseto e poi vennero a Livorno.

Mi sento livornese, ma una parte di me viene dal profondo Sud e questo mi inorgoglisce. 

La tua formazione di artista da dove ha inizio?

Ho studiato al Liceo Scientifico Cecioni con indirizzo Artistico, poi mi sono iscritta alla Facoltà di Lettere con indirizzo Cinema Musica e Teatro, dopodiché ho condiviso uno studio con Claudio Bimbi e Fabrizio Del Moro. Quando ho finito l’università ho vinto una borsa di studio per la scuola d’incisione, Il Bisonte a Firenze. Non avevo mai fatto incisione, ho portato dei disegni, ovvero le illustrazioni dal film di Pier Paolo Pasolini, Salò o le 120 giornata di Sodoma. È il percorso di studi che ha fatto emergere la mia parte artistica.

Quando hai scoperto l’abilità nel disegno?

Piccolissima, avrò avuto 5/6 anni. Facevo Topolino, Minnie, oppure se nella lezione che dovevo preparare a casa si parlava dell’orso, andavo a cercare nelle enciclopedie immagini dell’orso e lo disegnavo. Non disegnavo a memoria e non lo faccio neanche ora, ho bisogno di un modello. Da babbo ho preso una abilità artigianale, anche mamma aveva passione per il disegno. Quando uscivo con i miei genitori mi portavo dei fogli e matite e disegnavo.

Sei stata una studentessa diligente?

Sì, non ci volevo rimanere a lungo a scuola e quindi mi impegnavo per non perder tempo. Le materie letterarie e storia dell’arte mi erano congeniali. Approfondivo argomenti anche al di fuori di quello che era il programma scolastico, mi piaceva leggere e mi dispiace non aver dedicato più tempo allo studio della filosofia.

Il mio professore di disegno era Maurizio Bini ed è stata una gran fortuna averlo come docente, mi ha trasmesso la passione per il segno facendomi studiare pittori come Giovanni Fattori e Ingres; devo a lui anche l’interesse per i ritratti di personaggi famosi che ho conciliato con la mia passione per il cinema. Siamo ancora in contatto e recentemente mi ha regalato due pacchi di ottima carta Magnani, non più in commercio.

Dopo il liceo mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti di Firenze, però dopo una settimana mi sono ritirata, mi sembrava una perdita di tempo, non mi sentivo seguita. Tra il Liceo e l’Università mi sono presa un anno di sosta durante il quale non ho neanche disegnato, guardavo solo film e andavo spesso al Kino-Dessé, soprattutto il lunedì pomeriggio, quando era essenzialmente frequentato da anziani. Andavo da sola, al cinema mi piace andare da sola. Il mio amore giovanile è stato Lynch, mi faceva soffrire ma l’ho visto tutto, adoro Mulholland Drive; di Kubrick amo particolarmente Barry Lindon, i film in costume sono i miei preferiti, un altro autore che amo è Tarantino. Negli anni del liceo ho seguito in maniera particolare il cinema francese, soprattutto Truffaut che mi comunicava una gran gioia d vivere e nel quale trovavo tanto cuore, a differenza di altri autori che mi sembravano più concentrati sulla sperimentazione. In Truffaut mi riconosco anche per l’amore per i libri, mi affascinava la storia di questo orfano “adottato” da André Bazin.

Parlami della tua crescita come artista.

Nel 2003 ho incontrato un amico pittore, Fabrizio Del Moro, che mi ha detto che si era liberato un posto nello studio che condivideva con Claudio Bimbi e mi sono inserita rimanendovi dal 2004 al 2013. Con loro ho imparato facendo, partendo comunque dall’insegnamento di Maurizio Bini. In quegli anni ho dipinto molto anche a olio. Mi sono avvicinata anche all’astratto con dei tentativi che ho chiamato “Intermezzi” ma benché mi piaccia e benché nutra ammirazione per artisti come Rothko, con l’astratto non mi sentivo nel mio posto, rimango legata alla figura. Ho sempre avuto bisogno di un riferimento visivo, delle persone, e anche leggendo cercavo di immaginare che faccia avesse l’autore del libro. Ora ho molto semplificato la mia tecnica, uso penne, pennarelli e la gouache, che non abbandono mai. Nei nuovi lavori vorrei usare anche l’acrilico e lo smalto. 

Leggi il resto dell’articolo su Focus In abbonandoti subito QUI!

[/et_pb_text][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]