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Livorno Pop 

di Silvia Pampaloni, foto di Luca Papini

Post-macchiaiola, post-bellica, post-comunista, post-industriale. Sembra che la città di Livorno da tempo soffra di un endemico problema di tempismo. Sarà per l’aria indolente e compiaciuta che da sempre si respira nelle sue strade, insieme al tagliente sarcasmo?

La più giovane e meno blasonata delle antiche città toscane vanta origini cosmopolite. Quello che era fino al 1500 un piccolo e malarico villaggio di pescatori diventò, grazie alle ambizioni dei Medici, un fondamentale crocevia di commerci, di culture e di libertà. Una Eldorado per mercanti e rifugiati.

Con l’editto delle Leggi livornine, del 1593, il Granduca di Toscana Ferdinando I de’ Medici, invitava chiunque a popolare la sua nuova città, garantendo l’immunità per i debiti contratti, per i delitti commessi e per le persecuzioni etniche e religiose subite altrove. Mercanti greci, francesi, olandesi, armeni, inglesi, ogni sorta di criminali attratti dall’immunità nonché migliaia di ebrei sefarditi in fuga dalle persecuzioni europee arrivarono in città. L’unica in Europa a non avere mai un ghetto ebraico. Sin dal Seicento Livorno fu dunque cosmopolita, multirazziale e multireligiosa.

E di queste origini intrise di sangue, criminalità, ribellione e libertà, la città va molto fiera.

Nel 1700 e nel 1800 la città continua a godere di un notevole sviluppo culturale ed artistico. Qui, lontani dalle censure, si stampano libri vietati altrove, l’edizione italiana de L’Encyclopédie di Diderot e D’Alambert ed il volume Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria. Per non parlare dello stretto rapporto tra Garibaldi e Livorno. La città sposò subito il sogno rivoluzionario del condottiero e la celeberrima impresa dei Mille vide moltissimi volontari livornesi pronti alla “chiamata” del Generale. Ed è proprio in questo periodo che il movimento artistico italiano più impegnato e rivoluzionario dell’Ottocento, quello dei Macchiaioli, trova nel livornese Giovanni Fattori la sua massima espressione. “Livorno senza i suoi pittori, grandi piccoli o piccolissimi, non sarebbe la Livorno che tutti abbiamo amato. E poi in quegli anni dal Venti al Trenta qual’altra città della provincia italiana poteva vantare d’aver dato i natali e di veder lavorare insieme pittori come Ghiglia, Lloyd, Puccini, Corcos, Bartolena, De Witt, Benvenuti, l’esule Modigliani, Lodovico Tommasi, tanto per ricordarne i maggiori?”. Scriveva così lo storico dell’arte Raffaele Monti.

Dopo gli anni bui del fascismo, nel 1943 un violento bombardamento alleato distrugge gran parte del centro della città. Livorno verrà ricostruita nel dopoguerra, in fretta e male. Perderà il suo fascino settencentesco di città crocevia di avanguardie e culture per rivolgere la sua attenzione quasi esclusivamente allo sviluppo industriale e portuale. Una vena più malinconica e decadente si annida nelle sue strade, cantata da poeti ed artisti come Giorgio Caproni e Piero Ciampi. La tradizione artistica tuttavia non si spegne, così come il sodalizio del Gruppo Labronico, nato nel 1920, che da cento anni accoglie pittori e scultori dalle personalità e dagli stili molto diversi.

Le recenti crisi economiche hanno notevolmente sminuito il carattere industriale della città, lasciandola in preda ad una sbigottita crisi di identità. E adesso?

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