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F.
di Vanni Santoni
Firenze, Firenze. Stai ancora a Firenze, ti dicevano una decina d’anni fa, come se uno da qui dovesse per forza volersene andare.
E poi, Scrivine! Come a dire, sottotraccia, ti ostini a starci, almeno raccontala. È pur vero che per chi ci vive è sempre un po’ una sorpresa che Firenze continui ad attirar gente, e che alcuni di questi poi addirittura ci rimangano.
Non solo la gente che quotidianamente viene scaricata da una teoria ininterrotta di autobus sul Lungarno della Zecca Vecchia e da lì avviata a un tour sempre uguale tra Ponte Vecchio, Palazzo Vecchio, Uffizi, Duomo e il pugno ulteriore di basiliche che si riesce ancora a ficcare nella giornata se avanza tempo dopo aver speso soldi negli ignobili mercatini o nelle vie dei grandi marchi.
Quelli è normale che ci siano, è il turismo di massa, croce e delizia, alimento e tumore di Firenze.
Sarebbe bello se non ci fossero e se Firenze, come auspicava Papini cent’anni fa, si liberasse dell’ingombro del passato, smettesse di vivere alle spalle dei morti e dei barbari e tornasse a essere culla d’ingegni. Ma chissà poi se ne sarebbe in grado. Nel dubbio, continua come ha sempre fatto da quattrocento anni a questa parte, e infatti ciò che sorprende noi che ci viviamo non è l’arrivo del turista ma quello di persone convinte di trovarci qualcosa, se non Firenze medesima (e dunque ci sorprende il fatto che noi stessi ancora ci troviamo qualcosa, senza neanche saper cosa, anzi negando che ci sia…).
A tutt’oggi, infatti, frotte di aspiranti artisti, poeti, scrittori, architetti, non solo dalle campagne attorno ma anche da altre nazioni e continenti la eleggono a propria destinazione, aspirando, si capisce, a trarne un’educazione, se non proprio un’elevazione, spirituale.
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