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MERCANTI IN NERA, ANZI IN NERO

di Patrizia Molteni

Ci sembrava carino il gioco Mercante in Fiera nel quale un “banditore” in tutta allegria metteva le carte all’asta mentre i partecipanti negoziavano tra di loro. Le carte rappresentavano il lavoro (gondoliere, bersagliere, prete); le persone, dalla nascita (il lattante) alla saggezza della vecchiaia, e gli animali, anche esotici g(giapponesina, beduino, elefante, canguro); infine architetture, oggetti quotidiani o quasi (il cannone, ad esempio). Un po’ il concetto del Monopoli, più in uso tra gli adolescenti, in cui la posta in gioco sono edifici in zone più o meno eleganti e costose. In pratica, sin da piccoli, ci è stato inculcato, attraverso il gioco, il concetto del negoziare (dal latino negotium il contrario di ozio, quindi lavorare per aumentare il proprio benessere). Per capire quanto incida nell’educazione questo tipo di giochi, basti pensare che a parte i tarocchi che hanno personaggi legati al cristianesimo e sono usati anche per predire il futuro, non si trovano giochi divertenti per educare i piccoli alla religione. Esistono altri tipi di supporti pedagogici ma meno ludici.

Che si faccia passare quello che sta succedendo nel mondo per “guerre di religione” non è più credibile perché quello che viene negoziato, nel senso latino del termine, sono i soldi, il petrolio, le terre rare, l’atomico, niente di religioso. E se così non fosse, credo che in tutte le religioni esista un “non uccidere” o “aiuta il prossimo tuo”. Quando parliamo di decine di migliaia di morti nella striscia di Gaza e ormai in tutti i paesi del Medio Oriente coinvolti, o del milione di morti tra Russi e Ucraini, la religione è solo una facciata che serve a sdoganare le peggio atrocità: nessuno si stupisce se il presidente di un paese dice di voler sterminare un’intera civiltà, nemmeno se a dirlo è un politico di un paese che ha subito l’odio razziale nazista; nessuno si pone il problema del perché negli anni Venti del duemila, un capo di stato si alza una mattina e invade il vicino, un altro decide che vuole la Groenlandia, che poi così vicina non è, e che nessuno ci trovi niente di illegale o di ingiusto. Quando un presidente dice che pagherà 5000$ per ogni adulto che ha votato il suo partito, una ventina di anni fa sarebbe stato accusato di corruzione e indagato. Clinton, per rimanere in quella parte del mondo, si è dimesso per una relazione con l’assistente. Oggi neanche i legami con il più atroce predatore sessuale, anche di minori, mai esistito, costringono un politico a dimettersi. Forse perché aveva un enorme potere finanziario ma soprattutto le giuste leve di ricatto per garantirsi un’impunità totale?

In inglese hanno un’espressione per questo sdoganamento, Finestra di Overton (dal sociologo e politologo guarda caso statunitense che la inventò) che racchiude il processo per il quale quando i media, la televisione e soprattutto i leader politici iniziano a parlarne pubblicamente, l’idea entra formalmente nella Finestra di Overton, cioè si sposta da ingiusta ad accettabile fino a diventare una norma o una scelta come un’altra. Un esempio aberrante è la parola « remigrazione » usata dalla destra più nera come sinonimo di deportazione di gruppi interi di persone verso paesi che magari non sono ma stati « patrie » per loro. Ecco quindi che la parola « rimpatrio », la messa al bando di singole persone per colpe commesse, non basta più. Anche perché l’emigrazione e l’immigrazione sono state e sono ancora  spesso un’obbligo, non una scelta. Ecco perché il “Mercante in Fiera” non può più essere un modello ed è sempre più urgente parlare di frontiere.